Domenico Fracaro — internato civile italiano in Australia (1940)

L’11 giugno 1940, il giorno dopo l’entrata in guerra dell’Italia, la polizia australiana si presentò a Boulder, nel Western Australia, al numero 12 di King Street. Le liste erano pronte da mesi.

Domenico Fracaro non era un soldato e non fu catturato in battaglia. Viveva in Australia da dodici anni e mezzo, faceva il minatore alla Great Boulder Proprietary, aveva una casa, una moglie e un figlio. Pochi mesi prima aveva presentato domanda di naturalizzazione australiana, e aveva pagato le tasse per ottenerla.

Fu internato come enemy alien, straniero di paese nemico.

Report on Internee, Australian Military Forces, giugno-luglio 1940
Il modulo con «Prisoner of War» cancellato a penna e il timbro «INTERNEE». National Archives of Australia, MP1103/2, 12231.

Chi era

Fracaro Giobatta Domenico, nato ad Asiago il 29 gennaio 1906, figlio di Bortolo e di Mattea Benetti. Sbarcato a Melbourne il 21 febbraio 1928 dalla nave City of Genoa. Minatore, prima a Carlton e Bendigo nel Victoria, poi a Boulder nei giacimenti auriferi del Western Australia. Alto un metro e settantotto, capelli rossi, occhi nocciola.

Nel 1936, senza tornare in Italia, si era sposato. Aveva firmato una procura davanti a un giudice di pace a Bendigo, e il 6 febbraio 1937 un cugino lo aveva rappresentato all’altare nella chiesa di Asiago. La sposa, Catterina Ida Bovo, lo raggiunse poi in Australia. È l’altra metà di questa storia, e la raccontiamo nella scheda Fracaro–Bovo, Asiago 1936-1937: un matrimonio per procura.

Nel giugno 1940 lei è con lui a Boulder, sotto il nome anglicizzato di Iris Ida, e hanno un figlio.

Il fascicolo

Il modulo di presa in carico registra i fatti in poche righe. Arrestato l’11 giugno 1940 a Boulder, internato il 14. Motivo: «Police warrant — Enemy Alien». Un fratello era già internato in un altro campo. E, nelle osservazioni finali:

«Internee has applied for naturalisation, last Feb or March, and paid fees.»

Report on Internee per gli International Bureaux of Relief and Information, 17 agosto 1940
La scheda destinata a Ginevra, che indica il campo: Rottnest, Western Australia. NAA, MP1103/2, 12231.

Il 17 agosto 1940 la sua scheda viene compilata per gli International Bureaux of Relief and Information, il canale ginevrino previsto dalla Convenzione del 1929 attraverso cui le famiglie in Italia potevano sapere dove fossero i loro. Luogo di internamento: Rottnest, l’isola davanti a Perth.

Il 3 settembre firma la dichiarazione dei beni, ed è il documento che restituisce meglio di ogni altro che cosa fosse una vita interrotta a metà: mezza quota di una casa di sei stanze in lamiera e legno, in società con il fratello Vittorio; quaranta o cinquanta galline; un terzo di un camion International da due tonnellate; un grammofono e centoventi dischi; una cassetta completa di attrezzi da carpentiere; una bicicletta Malvern Star; un orologio d’oro da polso, annotato come «in Camp»; un fucile a due canne, «in the hands of the Police». Un conto in banca a Boulder con circa cinquecento sterline. Delega la moglie ad amministrare tutto.

Report on Internee, release, 4 gennaio 1941
«This internee was released from internment on parole on 12.12.1940.» NAA, MP1103/2, 12231.

Il 12 dicembre 1940 viene rilasciato su parola. Sei mesi esatti di internamento.

Il fascicolo si chiude con un foglio d’archivio: Australian Archives (Vic), Accession No. MP 1103/2, Department of the Army, Prisoners of War Information Bureau, Reports on P.O.W.’s and Internees, 1939-1945, Report No. PWW 12231 FRACARO G.


Come si ricostruisce una vicenda di internamento in Australia

La distinzione che decide tutta la ricerca

C’è un equivoco che manda fuori strada quasi tutti, ed è visibile a occhio nudo sui documenti.

L’esercito australiano non aveva moduli per i civili internati. Usò quelli dei prigionieri di guerra, cancellando a penna la dicitura sbagliata e stampandoci sopra un timbro: «REPORT ON ~~PRISONER OF WAR~~ INTERNEE».

Da qui l’errore ricorrente. Chi trova quel modulo in famiglia conclude che il nonno fu prigioniero di guerra e lo cerca nei ruoli militari italiani, dove non c’è. Oppure, sapendo che era un civile, scarta i fondi dei prigionieri di guerra — e perde proprio la serie in cui il fascicolo è conservato.

Internati civili Prigionieri di guerra
Chi erano italiani già residenti in Australia militari catturati in Nord Africa ed Etiopia
Quanti circa 4.700 oltre 18.000
Quando dal giugno 1940 dal 1941
Da dove casa loro, in Australia trasferiti via mare dai campi britannici in India
Campi tipici Rottnest e Harvey (WA), Loveday 9-10-14 (SA), Hay 6 (NSW), Tatura 1-2 (VIC) Cowra A e C (NSW), Hay 7-8, Murchison 13 (VIC)
Fine rilasci su parola già dalla fine del 1940 rimpatriati fra il 1946 e il gennaio 1947

Se il vostro antenato risulta in Australia in una lista passeggeri o in un atto di stato civile prima del giugno 1940, appartiene alla prima categoria. Per la seconda si veda la scheda Erminio Renzo Rossi — prigioniero italiano in Australia.

Quanti furono

Gli italiani residenti in Australia erano circa ventiseimila; gli internati circa 4.700, attorno a un quinto della comunità. Le cifre puntuali che circolano in letteratura sono 4.721 e 4.727, secondo il criterio di conteggio.

La distribuzione è tutt’altro che uniforme: dal solo Queensland vennero 2.216 internati, quasi la metà del totale, perché là gli italiani erano concentrati nelle piantagioni di canna da zucchero del nord e la loro presenza era percepita come una minaccia economica prima ancora che militare.

Il dato che conta di più per chi cerca: fra gli internati c’erano 947 sudditi britannici naturalizzati e 35 nati in Australia. La legge lo consentiva. Non date quindi per scontato che un antenato naturalizzato, o nato là, non possa comparire in questi fondi.

Come funzionava

Alla base c’erano il National Security Act 1939 (9 settembre 1939) e le National Security (Aliens Control) Regulations, emanate quattro giorni dopo. Prima ancora dell’internamento c’era la registrazione: ogni straniero doveva iscriversi presso la stazione di polizia locale, e i moduli — il più comune è il Form RA2 — riportano nome, indirizzo, nazionalità, data e luogo di nascita, professione, dati familiari e di norma una fotografia formato tessera.

Ai registered aliens era vietato possedere armi da fuoco, macchine fotografiche, autoveicoli, imbarcazioni e piccioni viaggiatori; dovevano presentarsi periodicamente alla polizia e avevano limiti su viaggi, residenza, lavoro e perfino sull’uso della lingua italiana al telefono. È la ragione per cui il fucile di Domenico risulta «in the hands of the Police» già prima dell’arresto.

Chi veniva internato poteva ricorrere davanti agli Aliens Tribunals, istituiti alla fine del 1940. Nel primo anno concessero meno di centocinquanta rilasci: pochi, ma i verbali di quei ricorsi sono oggi fra le fonti biograficamente più ricche dell’intero fondo, perché contengono l’interrogatorio, le testimonianze dei vicini e la ricostruzione della vita dell’internato.

Una seconda ondata seguì Pearl Harbor, fra il dicembre 1941 e l’inizio del 1942, concentrata sul Nord Queensland. I rilasci si moltiplicarono dal 1943, accelerati dall’armistizio di settembre, ma spesso condizionati: divieto di risiedere sulla costa, obbligo di lavorare nel Civil Aliens Corps o nelle ferrovie, obbligo di presentazione alla polizia. I campi chiusero nel 1946. Nel 1991 il parlamento federale australiano approvò all’unanimità mozioni di scuse.

Le due serie da provare per prime

Il Prisoners of War Information Bureau australiano, con sede a Melbourne, era l’ufficio previsto dalla Convenzione di Ginevra per censire prigionieri e internati e comunicarne i nomi a Ginevra. Ha prodotto le due serie che coprono entrambe le categorie:

  • MP1103/1 — i moduli Service and Casualty (Form A112): identità e tutti gli spostamenti durante la detenzione, ricoveri ospedalieri, eventuale causa di morte.
  • MP1103/2 — i dossier con identità, dati sulla famiglia, condizioni di salute ed effetti personali, redatti al momento della presa in carico. È la serie del fascicolo di Domenico Fracaro.

Sono in larga parte digitalizzate e gli item sono intitolati con il cognome della persona: la ricerca per nome funziona.

I fascicoli individuali, Stato per Stato

New South Wales (Sydney). C123 Service records concerning internees, con le chiavi d’accesso C125 (indice per nome), C126 (per nazionalità, utile per isolare gli italiani) e C127 (per campo). E soprattutto C329, Transcripts of internees’ appeals before the Aliens Control Tribunals: i verbali dei ricorsi. ST2476/20 raccoglie materiale specificamente italiano.

Queensland (Brisbane). BP242/1, Correspondence files relating to national security: molti fascicoli riguardano singole persone internate. È la serie decisiva, dato che dal Queensland venne quasi metà degli internati italiani. Accanto, i fondi di registrazione degli stranieri (BP25/1, BP289/1, BP4/3) e, dopo il rilascio, J1737, i fascicoli personali del Civil Alien Corps.

South Australia (Adelaide). D1901, Loveday camp internee case files, con l’indice nominativo D4028: cominciate da lì. D1920 conserva ruoli nominativi ed estratti della censura postale.

Western Australia (Perth). K1171, Internees and prisoners of war dossiers, e PP246/3; PP246/2 raccoglie i registri, che coprono entrambe le guerre mondiali. K1174 è ordinata alfabeticamente per cognome italiano. È la sede competente per il caso di Boulder.

Una precisazione che fa risparmiare tempo: A367 (Canberra) e D1915 (Adelaide) vengono spesso descritte come serie di fascicoli di internamento. Non lo sono: sono la corrispondenza della Investigation Branch, l’intelligence civile. Restano utilissime — chi era sorvegliato ha un dossier lì — ma il fascicolo di internamento vero e proprio sta altrove.

Come si interroga RecordSearch

NameSearch consente la ricerca per cognome scegliendo una categoria (documenti di difesa compresi i prigionieri; immigrazione e naturalizzazione; sicurezza e intelligence). Accetta i caratteri jolly con almeno tre lettere, e togliendo la spunta exact spelling tollera le varianti. Il NAA stesso avverte che NameSearch non trova tutto: va integrata con l’Advanced search per item, restringendo per serie o per sede.

Sui cognomi italiani mettete in conto le storpiature: i moduli furono compilati da impiegati australiani a orecchio, e Gio’ Batta diventa Giobatta, Giuseppe diventa Joseph, i cognomi composti perdono o guadagnano spazi.

I documenti del Commonwealth entrano in open access dopo vent’anni, quindi tutto il 1939-1947 è liberamente accessibile. Il problema non è la data ma se il singolo fascicolo sia già stato esaminato: se l’item risulta «Not yet examined» si presenta una domanda di accesso online. Il NAA deve rispondere entro novanta giorni lavorativi, ma gli arretrati sono noti e i tempi reali possono essere molto più lunghi.

Consultare di persona è gratuito, così come consultare online ciò che è già digitalizzato. Far digitalizzare su richiesta un fascicolo non ancora digitalizzato si paga, con una tariffa che dipende dalla dimensione media dei fascicoli della serie e non dalle pagine del vostro.

Le tracce dal lato italiano

Sono più esili di quanto ci si aspetterebbe, e la migliore non è in Italia.

L’archivio del consolato italiano fu sequestrato. Nel 1940 il Security Service australiano mise le mani sulle carte consolari, che oggi sono al NAA di Adelaide nella serie AP501/2, Italian consulate records seized by Security Service, 1929-1941. Chi cerca un italiano iscritto ai fasci all’estero, socio della Dante Alighieri o abbonato a un giornale italiano d’Australia trova la traccia consolare lì — in Australia, non a Roma.

La Croce Rossa Internazionale. L’Agence centrale des prisonniers de guerre di Ginevra riceveva le schede prodotte dal bureau australiano: nel 1947 lo schedario contava quasi trentasei milioni di schede, sei o sette milioni delle quali su civili. Gli archivi della Seconda guerra mondiale non sono online — lo è solo il fondo della Prima — e la richiesta individuale passa da un modulo a quota contingentata, una sola domanda per nucleo familiare, con tempi di lavorazione di diversi mesi.

Il Casellario Politico Centrale, all’Archivio Centrale dello Stato, schedava anche gli emigrati. Serve soprattutto per l’altra metà degli internati: accanto ai fascisti dichiarati c’erano antifascisti, e per loro il CPC è la fonte italiana d’elezione. Il caso più noto è quello dell’anarchico Francesco Fantin, ucciso nel campo di Loveday il 16 novembre 1942 da un altro internato.

Chi non tornò. Le salme di centotrenta italiani morti durante l’internamento — centoventinove uomini e una donna, sia prigionieri di guerra sia civili residenti — sono raccolte nell’Ossario Nazionale Italiano di Murchison, in Victoria, progettato da Paolo Caccia Dominioni e consacrato nel 1961.


Fonti

Documenti del caso
– National Archives of Australia, MP1103/2, 12231 — Report on Internee, Property Statement, Report on Internee for International Bureaux of Relief and Information, 1940-1941

Archivi
– National Archives of Australia — Wartime internment camps in Australia · RecordSearch e NameSearch · Alien registration records
– NAA, schede per sede: Sydney, fs 101 · Adelaide, fs 107 · Perth, fs 180 · Brisbane, migrazione italiana
– Australian War Memorial — Civilian internees in Australia
– Archivio Centrale dello Stato — Casellario Politico Centrale

Normativa
– National Security Act 1939 (Cth) n. 15 — legislation.gov.au
– National Security (Aliens Control) Regulations, 13 settembre 1939 — legislation.gov.au
– Aliens Registration Act 1939 (Cth) n. 12 — legislation.gov.au

Studi
– Ilma Martinuzzi O’Brien, Internments in Australia During World War Two: Life Histories of Citizenship and Exclusiontesto
– Gaetano Rando, Italo-Australians during the Second World War: Some perceptions of internment, 2005 — PDF
– Cate Elkner, Ilma Martinuzzi O’Brien, Gaetano Rando, Anthony Cappello, Enemy Aliens: The Internment of Italian Migrants in Australia During the Second World War, Connor Court
– Gianfranco Cresciani, Fascismo, antifascismo e gli italiani in Australia, 1922-1945, Bonacci, Roma, 1979
– Alexandra Ludewig, War Time on Wadjemup: A Social History of the Rottnest Island Internment Camp, UWA Publishing, 2019

Risorse in rete
Loveday Lives — biografie degli internati del campo di Loveday
Tatura Museum — i campi del Victoria
Trove — quotidiani australiani digitalizzati: gli arresti finivano sulla stampa locale

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