Curiosità · Scheda 03
L’uomo che esiste solo nei connotati
Palazzago, 4 giugno 1806: del massaro ucciso sappiamo tutto, del suo assassino soltanto che era cieco da un occhio.
Un ordine di cattura di oltre due secoli fa, capitato quasi per caso fra le mani. Un foglio a stampa del Regno d’Italia, spedito da Treviso nell’agosto del 1806, che ordina di cercare e arrestare due uomini di un paese della bergamasca, a duecento chilometri di distanza: uno accusato di omicidio, l’altro di aver ferito gravemente un sacerdote. Quattro nomi in tutto — due ricercati, un morto, un prete — e nient’altro. Questa ricerca è nata da lì, dal tentativo di capire chi fossero.
Un foglio a stampa spedito da Treviso
Il documento è un piego: non una busta, ma il foglio stesso ripiegato, sigillato e scritto sul verso, come si faceva prima che la busta esistesse. Sulla soprascritta un bollo riquadrato — Polizia di Prefettura del Tagliamento —, due impronte del lineare Treviso, il numero di protocollo 4865/800 e la qualifica che spiega tutto il resto: «Circ. off.o», circolare d’officio, atto di servizio esente da tassa postale.

Dentro, un modulo a stampa del Regno d’Italia datato Treviso, 9 agosto 1806. Lo firma il Direttore Dipartimentale di Polizia per il Prefetto del Dipartimento del Tagliamento — che aveva sede a Treviso, malgrado il nome del fiume friulano — ed è indirizzato al Sub Delegato Politico di Ceneda, che lo protocolla il 18 agosto. Il manoscritto colma gli spazi lasciati bianchi dalla stampa:
«Vi trasmetto i Connotati Personali di Bortolo Beccoli di Palazzago, Dipartimento del Serio, reo d’omicidio in certo Taschini, e Giacomo Damiani di Sedrina, autore di grave ferita nel sacerdote [cognome di lettura incerta], affinché fatte le più diligenti indagini per il loro rinvenimento ed arresto, avvisandomi in caso di riuscita.»

Un delitto bergamasco su carta veneta non è una stranezza: è la procedura. Nel Regno d’Italia napoleonico le ricerche partivano dal dipartimento in cui il fatto era avvenuto, salivano alla Direzione generale di polizia a Milano e ridiscendevano a tutti i prefetti, che le smistavano ai propri sub delegati. Quella parola sulla soprascritta — circolare — lo conferma: non era una segnalazione mirata su Ceneda, era un atto diramato a tappeto. Ed è il motivo per cui un omicidio commesso ai piedi delle valli bergamasche si è conservato in Veneto.
L’identikit prima della fotografia
Sotto la lettera il modulo porta una griglia stampata: Nome, Anni, Statura, Capelli, Occhi, Fronte, Naso, Bocca, Patria, Professione, Annotazioni. È l’antenato della scheda segnaletica, con settant’anni di anticipo sulla fotografia giudiziaria. Per Bortolo Beccoli l’estensore riempie così:
| Anni | 22 |
|---|---|
| Statura | piuttosto grande |
| Capelli | castani scuri, portati a coda |
| Occhi | guasto, cieco in un occhio |
| Patria | Palazzago |
| Annotazioni | corporatura non troppo grossa, vestito ad uso contadino |
Nessuna misura, nessun numero se non l’età: «piuttosto grande» è un giudizio a occhio, e vale finché chi legge ha in mente la statura media dei propri compaesani. Il dettaglio che regge davvero tutta la scheda è il difetto fisico — guasto, cieco in un occhio. In un sistema senza fotografie, senza impronte e senza documenti d’identità, un uomo si cercava per la sua imperfezione. L’altro ricercato, Giacomo Damiani di Sedrina, ha una scheda analoga: 42 anni, statura ordinaria, bocca grande, il naso segnato dal vaiolo.
Questo è tutto quello che, nell’agosto del 1806, si sapeva dei due uomini. Per sapere qualcosa del morto bisogna andare a Palazzago.
Il morto, in cinque righe di latino
Il registro dei morti della parrocchia annota, al numero 154, una morte del giorno 4 del mese detto — giugno. Il parroco è sbrigativo e preciso insieme:
«Joseph Taschini ex vico Precornelli gravi vulnere inflictus et sensuum destitutus, statim a R. D. Andrea Zanchi vocato sacram absolutionem sub conditione impertiit et statim expiravit; cuius cadaver die 6. ad ecclesiam delatum peractis exequiis tumulatum est.»
«Giuseppe Taschini, della contrada di Precornelli, colpito da grave ferita e privo di sensi, subito — chiamato il Reverendo Don Andrea Zanchi — ricevette la sacra assoluzione sotto condizione e spirò all’istante; il cui cadavere, il giorno 6, portato in chiesa e celebrate le esequie, fu tumulato.»

Due dettagli valgono l’intero atto. Gravi vulnere inflictus: la ferita è inflitta, non è una malattia né una disgrazia. E sub conditione: l’assoluzione condizionata è la formula che il sacerdote usa quando chi ha davanti non è più cosciente — «se sei ancora vivo, ti assolvo». Nessuna confessione, nessuna ultima parola, nessun nome. Il parroco registra una morte violenta e si ferma esattamente sulla soglia della cronaca.
Le due carte si chiudono l’una sull’altra: l’atto di Palazzago dice come è morto un uomo e non dice chi lo ha ucciso; il foglio di Treviso, due mesi dopo e duecento chilometri più in là, dice il nome che il parroco non ha scritto. Precornelli, del resto, non è un paese lontano: è tuttora una contrada del comune di Palazzago. Vittima e ricercato erano compaesani.
Chi era Giuseppe Taschini
Il censimento napoleonico del 1803-1804 lo restituisce per intero, due anni prima del delitto: Taschini Giuseppe fu Domenico, anni 51, «massaro ed in parte possidente», in casa propria. Con lui la moglie Anna, 40 anni, e quattro figli: Domenico 21, Maria Rosa 19, Rosa Maria 9, Sebastiano 3.

Il massaro non è un contadino qualunque: conduce i fondi di un proprietario, tiene i conti, gestisce confini, pascoli e giornate di lavoro altrui. Nel giugno 1806 Anna resta vedova con quattro figli, il maggiore appena in età di subentrare.
E qui la ricerca si ferma
Ventidue anni nell’agosto 1806 significano nato intorno al 1784. Ho cercato Bortolo Beccoli dove doveva essere, e non c’è: i battesimi di Palazzago di quegli anni non lo registrano, e il censimento napoleonico del 1803-1804 — che ho spogliato per intero — non lo elenca in nessuna famiglia del comune. La sua «patria» nella circolare è scritta due volte, nella lettera e nella tabella, e due volte dice Palazzago. Eppure a Palazzago quell’uomo non risulta.
Il paradosso è completo: della vittima conosciamo il padre, la moglie, i quattro figli, il mestiere, la casa e il giorno esatto della morte. Dell’assassino abbiamo un ritratto parlato e nient’altro.
Perché un ricercato può non esistere nei registri
- L’età è a occhio. I connotati si compilavano su testimonianze, non su atti: «22 anni» è quello che è sembrato a chi l’ha visto. Può valere 19 come 26, e la forchetta di ricerca sui battesimi si allarga di sette anni.
- Il cognome ha attraversato tre copie a mano. Il nome che leggiamo sul foglio di Treviso non è quello scritto a Bergamo: è quello che l’ultimo copista ha letto sulla copia precedente. Dalla denuncia bergamasca alla Direzione generale di polizia a Milano, da Milano ai prefetti, dal Prefetto del Tagliamento al modulo per Ceneda — a ogni passaggio un impiegato diverso ricopia a penna il cognome forestiero di un uomo che non ha mai visto. «Beccoli» è il punto d’arrivo di quella catena, non il punto di partenza.
- «Di Palazzago» può voler dire che stava a Palazzago, non che vi era nato. Garzoni, pastori, braccianti e famigli stagionali cambiavano comune di anno in anno ed erano i primi a sfuggire alle rilevazioni.
Se il cognome è il dato più fragile della scheda, allora bisogna cercare su quello più solido: il nome di battesimo. Bortolo è la forma bergamasca corrente di Bartolomeo, l’ha scritta chi quell’uomo lo conosceva, e nessun copista l’avrebbe trasformata in qualcos’altro. Interrogato così — non per cognome, ma per nome, sesso ed età — il censimento di Palazzago risponde: nel 1803 nel comune vivevano più Bartolomeo nati negli anni compatibili con i connotati. Nessuno di loro porta il cognome della circolare.
La ricerca si ferma esattamente lì, e non perché manchino i nomi: perché ce n’è più d’uno e nulla permette di sceglierne uno. Andare oltre significa uscire da Palazzago — i ruoli di coscrizione del Dipartimento del Serio, gli atti del tribunale criminale a Bergamo e, a monte di tutto, le carte della Direzione generale di polizia del Regno d’Italia a Milano, dove la richiesta bergamasca è passata, ed è stata ricopiata, prima di arrivare a Treviso.
Restano tre carte e un ritratto. Del massaro di Precornelli sappiamo il padre, la moglie, i figli, il mestiere e il giorno in cui è morto. Del giovane che lo ha ucciso non abbiamo un atto di nascita che si possa dire suo, non una famiglia, non una firma: soltanto un’altezza giudicata a occhio, dei capelli raccolti a coda e un occhio che non vedeva. Per cercarlo, nel 1806, è bastato quello. Per trovarlo, no.
Le carte di questa scheda
- Regno d’Italia, Prefettura del Dipartimento del Tagliamento, Sezione II — Polizia Dipartimentale, n. 4865/800, Treviso 9 agosto 1806, al Sub Delegato Politico di Ceneda; protocollata a Ceneda il 18 agosto 1806, n. 1921. Piego con bollo riquadrato di prefettura, lineare «Treviso» e franchigia «Circ. off.o».
- Registro dei morti della parrocchia di Palazzago (BG), atto n. 154, 4 giugno 1806.
- Censimento napoleonico 1803-1804, comune di Palazzago, famiglia Taschini.
- Precornelli è tuttora una contrada del comune di Palazzago.