Prignano · Quattro letture

Campo per «zingari» di Prignano sulla Secchia · 1940-1943

Quattro letture

Ci sono cose che nessuna singola famiglia può raccontare, perché le attraversano tutte. Questi quattro capitoli stanno accanto agli alberi genealogici e alle schede: non ripetono i dati, li mettono in fila.

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Il mestiere

Dal posteggio al sapitò: il mondo in cui questa gente lavorava prima che lo Stato le desse un nome solo

Negli atti di stato civile che compongono questa ricerca gli uomini e le donne delle famiglie internate a Prignano dichiarano un mestiere, e lo dichiarano con precisione. Théodore Marius Debarre è artiste acrobate a Nîmes nel 1873. Suo figlio Jean Baptiste è «acrobatico» a Soragna nel 1904 e «ginnasta» a Desenzano nel 1911. Truzzi Giuseppe è «ginnastico» a Boara Polesine nel 1879, a Modena nel 1882, a Ghemme nel 1884. Sua moglie Anna De Bar è funambola nel 1879 e «ginnastica» nel 1900: un mestiere suo, non quello del marito. Eva Marsiglia Truzzi è giocoliera e poi «gerente tiro a segno». Suffer Ferdinando Luigi e Berolo Irene sono «drammatici», cioè attori di compagnia teatrale. Mario De Barre, nel 1927, è «ombrellaio». Mina Rista è ramaio di Agnone.

Questo è il punto da cui conviene partire, perché rovescia l’immagine che la parola «zingaro» porta con sé. Nei documenti che li riguardano prima del 1940, queste persone non sono definite per ciò che sono ma per ciò che fanno, e ciò che fanno è un mestiere qualificato, spesso specialistico, esercitato in modo itinerante da famiglie con residenza anagrafica fissa. I Truzzi risultano domiciliati a Finale Emilia per oltre vent’anni mentre i figli nascono in sei province diverse. Non è nomadismo: è una compagnia in tournée.

Il posteggio

Come funzionasse quel lavoro lo sappiamo grazie a un testimone interno. Giacomo «Gnugo» De Bar, nato dentro il campo di Prignano nel dicembre 1940, lo descrive nel libro che pubblicò nel 1998, e usa il lessico della professione. Posteggiare, scrive, «nella nostra lingua significa proprio fare i numeri di saltimbanco all’aperto, davanti alle chiese, nei mercati e nelle fiere». È il grado zero del mestiere: nessuna struttura, nessun biglietto, il pubblico in piedi e il piattino che gira dopo ogni numero.

Suo nonno Jean scese in Italia a piedi nel 1900, a quindici anni — l’età torna esattamente con l’atto di nascita di Champs-sur-Tarentaine del luglio 1884 — «solo con qualche costume da saltimbanco». Era contorsionista e faceva sei, sette, otto salti mortali al tappeto di fila. Posteggiava.

1905: l’incontro nel Ferrarese

«Sarà stato il 1905 che posteggiando in giro per l’Italia incontrò nel ferrarese anche i capostipiti Paolo Orfei e i fratelli Nandino e Teta Togni e per un breve periodo lavorarono anche insieme, ma soprattutto fecero amicizia perché, nonostante il nonno fosse francese, erano lo stesso tutti di razza sinta.»

La frase successiva vale quanto la prima: «Neanche i Togni avevano il circo allora, ma giravano così molte piazze e la gente si divertiva.» Nel 1905 le tre famiglie che diventeranno i tre nomi maggiori del circo italiano fanno lo stesso lavoro dell’acrobata francese appena sbarcato: stanno tutte al livello del posteggio.

Il postone

Verso la fine degli anni Venti Teta Togni costruisce un postone, cioè un Circo Arena: uno dei primi, forse il primo in Italia. È una struttura all’aperto delimitata da cancelli, con i posti a sedere all’interno e il biglietto; chi resta fuori guarda in piedi e paga la mancia. Al centro stanno le antenne, alte cinque metri, trasportate su un carro apposito chiamato caritella. Il ruolo decisivo è quello del toni, il pagliaccio, «che era quello che aveva su di sé tutto il peso dello spettacolo»: toccava agli artisti migliori, perché doveva saper fare tutti i numeri e in più le entrate.

Jean De Bar e Ida Truzzi si uniscono a quel circo per qualche anno e vi lavorano accanto a Paolo Orfei. Poi Jean si costruisce un postone proprio, e vi fa lavorare i figli da quando hanno sette o otto anni. Nella seconda metà degli anni Trenta ne ha nove.

1930: il sapitò

«Nel 1930 i Togni aprirono il primo circo italiano con il gran sapitò e furono seguiti anche dalle famiglie Zavatta, Carbonari, Arata, Zoran e Triberti. Questi furono i primi circhi coperti (o americani) italiani. Gli Orfei ebbero il loro circo con il sapitò solo nel 1939.»

Il sapitò è il telone che unisce la cupola alla tela di giro. Con quello il circo diventa un’impresa che lavora anche d’inverno, e la distanza fra chi ce l’ha e chi resta al posteggio si allarga per sempre. Nello stesso passo Gnugo elenca le specializzazioni delle famiglie: «i Canestrelli erano i più bravi giocolieri, gli Yarz favolosi trapezisti volanti, gli Arata specialisti nell’acrobatica, mentre i Triberti negli esercizi alla corda»; i De Bar «offrivano i migliori saltimbanchi al mondo del circo». Dal 1930 i Togni cominciano a lavorare con animali africani e diventano i primi domatori di belve feroci.

Vale la pena notare che i Triberti compaiono in questo elenco. Sono la stessa famiglia che nel 1924, ad Agliano d’Asti, si era imparentata coi Debarre col matrimonio di Antonio Triberti e Marietta: la memoria interna alla comunità li colloca fra le dinastie del circo, e gli atti di stato civile ne documentano il legame di sangue con la famiglia che sedici anni dopo sarà internata.

Dopo la guerra

I rapporti non si interrompono con l’internamento. Nel 1949 Paolo Orfei, che si sta organizzando per rimettere in piedi un circo col sapitò, ingaggia due figli di Jean per la sua prima tournée — quelli che il nipote chiama lo zio Rus e il Fradelin — e li porta a Pesaro e a Rimini. Nel 1960 i De Bar comprano dal circo Faggioni un sapitò ovale di diciotto metri per ventiquattro. Nel 1964 lo rivendono a Francesco Orfei e passano alle giostre: per loro il tempo del circo finisce lì.

Su Togni e Orfei Gnugo esprime un giudizio che è suo e va riportato come suo: gli Orfei sono una famiglia che stima «soprattutto perché, anche in televisione, non hanno mai rinnegato la loro origine sinta, al contrario dei Togni».

Una questione aperta: i Truzzi

In un libro che nomina Togni, Orfei, Zavatta, Carbonari, Arata, Zoran, Triberti, Canestrelli, Yarz, Faggioni, Zanaboni, Rossetti e Gherardini, il cognome Truzzi non compare mai. Nemmeno una volta — e la nonna dell’autore era Truzzi Ida, che lui chiama sempre e soltanto «la nonna Ida».

La circostanza merita attenzione perché Truzzi è uno dei grandi nomi del circo italiano. I Truzzi delle dinastie circensi erano proprietari che giravano l’estero: durante la Prima guerra mondiale si trovavano in Russia. I Truzzi di Prignano sono «ginnastici» analfabeti domiciliati a Finale Emilia, che partoriscono nelle case dei paesi lungo la strada. Stesso cognome, due mondi. Che siano due famiglie distinte, o che i secondi siano un ramo collaterale povero dei primi, è una questione che nessun documento finora raccolto permette di decidere.

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La voce di Gnugo

Un testimone nato dentro il campo, e che cosa succede quando lo si confronta con gli atti

Nel 1998 le edizioni Fatatrac pubblicano, in collaborazione con il Comune di Modena, un libro di poco più di trenta pagine: Strada, Patria Sinta. U Drom Mengro Ciacio Gauv. Narratore Giacomo De Bar detto Gnugo, curatore del testo Luca Puggioli, illustrazioni di Antonella Battilani. Le fotografie appartengono alla famiglia De Bar.

L’autore era nato dentro il campo di Prignano sulla Secchia il 4 dicembre 1940, poche settimane dopo l’arrivo del gruppo. È il primo sinto italiano ad avere denunciato pubblicamente la persecuzione razziale subita sotto il fascismo, e da quel libro è partita la ricerca storica su Prignano — questa compresa.

Il libro si apre così: «Questa è una piccola storia, per molti da poco, ma è una storia vera. Parte di questa mi è stata raccontata dai miei nonni e dai miei genitori; parte l’ho vissuta. Io la racconto perché è importante ricordare.»

Perché ci vollero cinquant’anni

La ragione del silenzio la scrive lui stesso, e non è comoda per nessuno:

«Io, per esempio, mi sono sempre vergognato di dire d’essere nato in un campo di concentramento. Molti di noi ricordando di Prignano parlano dicendo quando ci misero da quel contadino… Ma che contadino? Quello era un campo di concentramento fatto per i sinti, e io ho trovato il coraggio di raccontarlo solo dopo che ho parlato con degli altri gitani spagnoli e altri sinti tedeschi e francesi. Nella nostra lingua, mi hanno detto che nei loro Paesi dopo la guerra hanno potuto raccontare le loro storie […]. In Italia no, non si trova il coraggio; ma io credo invece che sia giusto raccontare.»

Il confronto con gli ebrei è esplicito nel testo, ed è un confronto amaro: «Gli ebrei dopo la guerra hanno avuto il coraggio di parlare, di ricordare. Noi sinti no.»

Il campo, dall’interno

La descrizione del campo occupa poche righe e va letta accanto alle carte del Podestà, perché dice cose che i documenti amministrativi non dicono. C’era il filo spinato e qualche baracca, «poche perché noi avevamo le nostre carovane». Carabinieri e militari controllavano tutto e nei primi giorni non lasciavano uscire nessuno; poi fu concesso di uscire a chi voleva andare a spaccare pietre per le strade a cinque lire al giorno, «così tutti andavano, anche per poter avere qualcosa da mangiare». Le guardie facevano l’appello e il contrappello due volte al giorno. Le donne avevano turni di un’ora e mezza per andare al paese a fare la spesa. I carabinieri vigilavano anche all’osteria, «tanto che non si riusciva nemmeno a fare una bevuta di un bicchier di vino in santa pace».

Dove il libro conferma gli atti

Su quattro punti almeno la testimonianza e i documenti si confermano a vicenda, e la convergenza è tanto più significativa perché nel 1998 nessuno aveva ancora visto quegli atti.

L’età del nonno. Il libro dice che Jean scese in Italia a piedi nel 1900, a quindici anni. L’atto di nascita di Champs-sur-Tarentaine lo colloca al 23 luglio 1884: nel 1900 ne aveva quindici compiuti.

Il matrimonio che non c’è. Nessun archivio conserva un atto di matrimonio fra Jean De Bar e Ida Truzzi, e sei dei sette figli risultano negli atti figli di madre «ignota». L’eccezione è Paolino, denunciato a Grignano Polesine nel 1924: lì, e lì soltanto, il padre la dichiara «Truzzi Ida, sua moglie seco lui convivente». Il libro spiega perché: «Alla nostra usanza il nonno chiese a lei la sua mano, lei disse di sì […] e così scapparono insieme, che per noi significa diventare marito e moglie. Vennero a casa per il perdono, furono perdonati.» L’unione fu contratta secondo una consuetudine che lo Stato non riconosceva, e perciò lo Stato non la scrisse.

La madre. Il libro chiama la madre dell’autore «la mamma Albertina, detta Gonia», venuta «da una famiglia che girava con le giostre». L’atto di matrimonio del 5 gennaio 1942 a Castelvecchio la nomina Innocenti Albertina, e il suo atto di nascita la dice nata a Lurano, nel Bergamasco, il primo marzo 1917.

Il partigiano. «Per esempio mio cugino Lucchesi Fioravante stava con la divisione Armando.» La scheda personale conservata negli archivi della Commissione per il riconoscimento delle qualifiche partigiane, pratica n. 013090 di Modena, lo registra nella brigata «Corsini» dal 15 giugno al 16 novembre 1944.

Dove il libro e gli atti divergono

Due divergenze vanno dette, e vanno dette con la cautela che si deve a un testimone che al momento dei fatti aveva pochi mesi e raccontava ciò che gli era stato riferito.

La prima riguarda la data del rastrellamento. Il libro la colloca nell’autunno del 1939, con la famiglia ferma alla Strada Bacino di Modena. La documentazione comunale e la circolare Bocchini che rese possibile l’operazione sono del settembre 1940, e le prime famiglie arrivano a Prignano nel novembre di quell’anno. Lo stesso testo, poche righe dopo, dice «Nel 1940 nasco io» mentre la famiglia è già nel campo: la data del rastrellamento è scivolata indietro di un anno nel ricordo, non nei fatti che lo circondano.

La seconda riguarda il nonno. Il libro racconta che dopo un mese dall’arrivo Jean fu prelevato per ordine del Ministero della Guerra e portato nel campo per detenuti politici di Civitella del Tronto «per il solo fatto di essere cittadino francese»; che la famiglia lo pianse per morto fino a una lettera dell’autunno 1940; e che tornò nell’ottobre 1943. Gli atti di stato civile dicono altro: il 13 dicembre 1941 e il 18 giugno 1942 «De Barre Giovanni di fu Mario» è testimone a due matrimoni celebrati a Prignano, dichiarato di cinquantasette e poi cinquantotto anni, domiciliato lì, e nel primo caso firma. Che sia stato a Civitella del Tronto è possibile e nessun documento lo esclude; che vi sia rimasto per tutto il periodo, no.

Lo Stato contro se stesso

C’è un passaggio del libro che nessun documento d’archivio esprime con altrettanta chiarezza, ed è la contraddizione su cui si regge tutta la vicenda: «Nessuno ha ancora capito perché il nonno venisse considerato prigioniero politico, mentre poi hanno obbligato i suoi figli a servire la patria andando in guerra. Dal 1941, infatti, […] cominciarono a considerarci non più deportabili ma arruolabili.»

Il padre dell’autore partì per il fronte di Sicilia quando il figlio aveva pochi mesi; uno zio per Livorno; un altro a fare la guardia di frontiera a Gorizia, dove l’8 settembre 1943 finì prigioniero e poi ai lavori forzati sulla ferrovia di Kassel, da cui tornò pesando trentasei chili. La stessa amministrazione che teneva le loro famiglie dietro il filo spinato per ragioni di razza mandava loro in guerra per ragioni di leva.

Quello zio ha un nome e ha una carta. Si chiamava Vergilio De Barre, era nato a Pincara il 14 gennaio 1923 ed era il contorsionista della compagnia. Di lui resta una tessera di cassa malattia tedesca, un modulo a caratteri gotici con l’alfabeto stampato in testa, dove un impiegato del Reich ha scritto il cognome nella forma giusta — De Barre — il nome Vergilio, la data 14.1.23 e il luogo Pincara. Alla riga della residenza c’è Lispenhausen, un villaggio dell’Assia sulla ferrovia Bebra-Kassel; alla riga del mestiere, Bauhilfsarb., manovale edile; l’entrata al lavoro nel 1944, l’uscita nel 1945.

Il libro di Gnugo è del 1998 e racconta a memoria, cinquant’anni dopo, quello che un modulo tedesco registrava in tempo reale. Le due fonti coincidono nel dettaglio: la ferrovia di Kassel non è un ricordo approssimativo, è l’indirizzo esatto. È il criterio che vale per tutto questo capitolo — la memoria della famiglia si è dimostrata, ogni volta che è stato possibile controllarla, più precisa dei registri italiani che quelle stesse persone descrivevano male.

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I nomi che lo Stato non sapeva scrivere

Tre modi diversi di sbagliare un nome, e perché è la chiave per leggere tutto il resto

Chi lavora su questo gruppo si accorge presto che il problema non è trovare le persone: è riconoscerle. Lo stesso individuo compare in documenti diversi con cognomi diversi, e non per negligenza dei compilatori. I meccanismi sono tre, e conviene tenerli separati perché producono errori di natura diversa.

Primo: il cognome imposto d’ufficio

Quando un bambino nasceva in ospedale da una donna che non lo riconosceva subito, l’ufficiale di stato civile gli assegnava un cognome di fantasia. È successo almeno due volte in questo gruppo, e le due volte a Scandiano.

Adelina, nata l’8 giugno 1919, fu iscritta come figlia di ignoti col cognome FIERINI e mandata al brefotrofio di Reggio Emilia. La madre la riconobbe con atto notarile il 10 agosto 1931 — dodici anni dopo — e l’annotazione fu apposta il 29 agosto. Fu poi legittimata nel campo il 18 giugno 1942. Nell’atto di legittimazione si chiama Truzzi Adelina Frivoletta.

Cesarino, nato il 27 maggio 1933 nell’ospedale di via Vallisneri, fu registrato d’ufficio FRANCHINI, figlio di ignoti. Riconosciuto dalla madre, e infine legittimato a Prignano il 30 giugno 1941, si chiamò Relandini. Tre cognomi in otto anni, per un bambino che non si era mosso da casa sua.

Secondo: il cognome della madre

Quando il padre non compariva a dichiarare la nascita, il bambino prendeva il cognome materno. Nel gruppo di Prignano è il caso più frequente, e riguarda una ventina di persone.

I figli di Salvatore Torre ed Eva Marsiglia — Gino, Ernesto, Irma, Lorenzina, Silvana, Ada Maria — furono tutti registrati Truzzi, cognome della madre, e diventarono Torre solo nel 1942. Tre figli di Mario De Barre — Vincenzo, Giuseppe, Maurizio — furono registrati Esposti. La figlia di Armando De Barre fu registrata Innocenti. Carlo, figlio di Corrado Bianchi e Truzzi Ada, fu registrato Truzzi mentre i suoi fratelli portavano il cognome del padre: la stessa coppia genera figli di due cognomi, perché i riconoscimenti avvennero uno per uno.

Questo spiega anche l’apparente paradosso dello schedario: nomi che sembrano appartenere a famiglie diverse e che invece sono fratelli. Chi legge la lista dei settantanove senza questa chiave vede una folla di estranei.

Terzo: il nome sentito a orecchio

È il meccanismo meno visibile e il più insidioso, perché non lascia traccia documentaria: qualcuno chiede come ti chiami, e scrive quello che sente.

La donna che lo schedario chiama Suffer Dina nella sua scheda e Suffer Ugolina in quella del figlio si chiamava Maria Vittoria: lo dice l’atto di nascita di Piove di Sacco dell’11 novembre 1893, che non porta alcuna annotazione di cambio di nome. Né Dina né Ugolina sono nomi anagrafici: sono nomi d’uso. Nello stesso atto la madre si chiama Berolo Irene, che lo schedario trascrive «Berali».

Allo stesso modo lo schedario scrive «Lovico» per Sovico, «Camara» per Cameri, «Lorano» per Lurano, «Pisnetti» per Pianetti, «Godroni» per Godron. E la parola che compare in sei documenti del 1941 come luogo di residenza degli internati — Concentramento Vaghi — non è un toponimo, benché lo sembri: nel comune di Prignano non esiste alcuna località con quel nome. È il plurale di «vago», cioè errante, la stessa parola che il Podestà usa nelle relazioni al Prefetto.

Il caso limite: due nomi per una persona

All’anagrafe di Jesi, il 19 agosto 1910, Jean Baptiste De Bar denuncia un figlio e gli impone due nomi: «Luigi Oreste». L’intestazione di margine lo registra per esteso. Lo schedario del campo tenne il primo nome e ne fece la scheda 22; l’atto di matrimonio del 13 dicembre 1941 tenne il secondo e vi registrò un testimone di trentun anni. Per decenni sono sembrati due fratelli diversi nati lo stesso anno — cosa impossibile — e la contraddizione si è sciolta solo leggendo l’atto originale.

Lo stesso vale per Fiorenzo Lucchesi, che tutti chiamavano Fioravante e che la sua scheda di partigiano registra col nome legale; per Susanna Lucchesi, che al battesimo è Nerina; per suo suocero Riziero, che al battesimo è Rizieri; per Lodovico/Lodovica Torre, che il certificato di Iseo dice femmina e l’atto di legittimazione maschio.

Un nome che dice l’anno in cui fu dato

Fra i settantanove c’è un bambino nato a Modena il 14 novembre 1935 e chiamato Macallè. È il nome della capitale del Tigrai, occupata dalle truppe italiane nelle settimane stesse in cui lui nasceva.

Un bambino sinto battezzato col nome di una conquista coloniale, cinque anni prima che lo stesso Stato che l’aveva conquistata lo internasse in un campo. Non occorre commentarlo.

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Dalla «Corsini» ai Leoni di Breda Solini

Internati per razza, arruolati per leva, partigiani per scelta

Fra le carte di questa ricerca c’è una tessera di cartoncino, larga quanto una mano, intestata PARTIGIANO — SCHEDA PERSONALE, col timbro MODENA in alto a destra e il numero di pratica 013090. È compilata a inchiostro nero, con una sola mano. Alla voce «Cognome e Nome»: Lucchesi Fiorenzo. Alla voce «Formazione»: Corsini. Ciclo operativo: dal 15-6-44 al 16-11-44.

Lucchesi era stato internato bambino a Prignano coi parenti materni, Salvatore Torre ed Eva Marsiglia Truzzi, insieme a zii, zie e cugini. È la scheda 38 dello schedario comunale, quello che i compilatori registrarono senza sapere che stavano scrivendo un documento storico.

Combatté nella brigata «Adelchi Corsini» della Divisione «Modena Armando»: a Rocchetta l’11 agosto 1944, a Ranocchio il 7 settembre, e nelle azioni di sabotaggio a Montespecchio. Si ammalò di tifo e fu curato dai monaci di un monastero appenninico. Dopo la Liberazione si stabilì a Reggio Emilia, sposò nel 1948 Lucia Santa Pozzi, ebbe otto figli che continuarono il mestiere dello spettacolo viaggiante, aderì all’ANPI e al Partito comunista. I figli ricordano che si svegliava di notte gridando che tutto andava a fuoco, e che ripeteva: «Iniziare una guerra è facile, ma finirla è difficile.» Morì il 18 aprile 1996.

I Leoni di Breda Solini

Non fu il solo. Nel settembre 1943, dopo l’armistizio, una dozzina di uomini sinti già internati a Prignano entrò nella Resistenza. Fra loro Armando De Barre detto «Ciao», il padre di Gnugo.

Il racconto di quelle azioni è nel libro del figlio, e ha la concretezza di chi le ha sentite raccontare in casa. Di giorno la famiglia faceva spettacolo col postone nella zona fra Breda Solini e Rivarolo del Re, nel Mantovano; di notte gli uomini si univano ad altri sinti per portare via le armi ai tedeschi. «Erano quasi una leggenda e la gente dei paesi li aveva soprannominati I Leoni di Breda Solini, forse anche per quella volta che avevano disarmato una pattuglia dell’avanguardia tedesca.»

Il nomignolo circolava abbastanza da essere usato come garanzia. Durante la Liberazione un fascista di Breda Solini si barricò in casa con un arsenale minacciando di far saltare tutto, e disse: «Io mi arrendo solo ai Leoni di Breda Solini.» Andarono, e a loro si arrese. Fu poi preso in consegna da altri partigiani, che lo chiusero in una cantina e lo picchiarono a sangue; quando chiamarono anche i De Bar a proseguire, il nonno disse «va bene, torno domani», e non tornò più.

Nella stessa zona salvarono dalla fucilazione il maestro Gorni Kramer e suo padre, accusati di collaborazionismo per aver suonato — su ordine — in uno spettacolo imposto dai tedeschi. Si fecero riconoscere come i Leoni, spiegarono che il maestro era stato obbligato, e aggiunsero che se avessero fucilato lui avrebbero dovuto fucilare anche loro, che pure avevano fatto i numeri per i tedeschi ed erano stati partigiani.

Il percorso completo

Messi in fila, i passaggi di questi uomini fra il 1940 e il 1945 compongono una sequenza che è difficile leggere senza fermarsi.

Nel novembre 1940 vengono rastrellati e internati perché «zingari»: una categoria che non era nelle leggi razziali del 1938 e che una circolare di polizia del settembre 1940 rese sufficiente. Dal 1941, dopo che l’ipotesi della deportazione verso il Reich fu accantonata, gli uomini in età vengono arruolati e mandati al fronte, mentre le loro famiglie restano nel campo. Dopo l’8 settembre 1943 una parte di loro entra nella Resistenza. Nel 1945 combattono contro l’esercito dello Stato che li aveva internati e per lo Stato che li aveva arruolati.

Nessuno dei tre passaggi fu una scelta loro, tranne l’ultimo.

Il riconoscimento che manca

La legge 20 luglio 2000 n. 211, che istituisce in Italia il Giorno della Memoria, non nomina i rom e i sinti. Il Porrajmos — lo sterminio dei rom e dei sinti — non vi compare.

Nell’aprile 2020 l’associazione Them Romanò ha chiesto al Comune di Reggio Emilia di intitolare una strada a Fioravante Lucchesi. La proposta è stata approvata nel 2022. Al 2024 non era ancora stata attuata.

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Ricostruzione genealogica e documentaria di Clemente Suardi · genealogiafamiliare.it · Le citazioni fra virgolette caporali provengono dai documenti d’archivio o da Giacomo «Gnugo» De Bar, Strada, patria sinta. U Drom Mengro Ciacio Gauv, Firenze, Fatatrac, 1998, pubblicato in collaborazione con il Comune di Modena. Le parole «zingaro», «girovago» e «vago» compaiono qui soltanto fra virgolette, perché sono le parole dei documenti: le persone di cui si parla sono sinti. Segnalazioni e correzioni sono benvenute.