Schede di famiglia
Gli alberi dei singoli nuclei internati nel campo per «zingari» di Prignano sulla Secchia fra il novembre 1940 e il 1943. Ogni scheda mostra una coppia, i suoi genitori dove sono noti, e i figli documentati.
Il numero in alto a destra di un riquadro (n. 25) rinvia alla scheda corrispondente nell’elenco dei settantanove nomi. Il bordo continuo rosso segnala chi fu internato; il fondo più scuro chi morì nel campo; il bordo tratteggiato un legame che i documenti rendono probabile ma non certo. La dicitura sotto ciascun titolo dice a quale di questi tre gradi appartiene l’intero nucleo.
De Barre, il ramo francese e i suoi figli
Da Gonfaron nel Var al campo di Prignano in tre generazioni. E’ il ceppo che tiene insieme quasi tutta la rete parentale del campo.
Joseph Debarre (Debard) × Caroline Desvigne
Joseph Debarre, nativo di Tolone, e Caroline Desvigne, nativa di Lione: due acrobati senza domicilio fisso, già coniugati nell’aprile 1852 quando nasce Marius. Due figli documentati a due anni di distanza e a quattrocento chilometri l’uno dall’altra — Gonfaron nel Var, Trevoux nell’Ain — che misurano l’ampiezza del giro della compagnia. QUANTI ALTRI FIGLI ABBIANO AVUTO NON SI SA, ed è la lacuna più importante che resti aperta: è in questa fratellanza che andrebbe cercata Anna De Bar «fu Giuseppe», la donna che sposo’ Truzzi Giuseppe prima del 1879 e da cui discende metà del gruppo internato a Prignano.
Fonte: SC: atti di nascita Gonfaron 1852, n. 16, e Trevoux 1854, n. 21
Joseph Debarre (Debard) × Maria Grevard
UNIONE IPOTETICA. L’atto di morte di Costantino, otto anni, lo dice figlio «del fu Giuseppe e vivente Grevard Maria». Se quel Giuseppe è Joseph Debarre, allora dopo Caroline Desvigne ebbe una seconda compagna e Costantino, nato a Nizza verso il 1865, è fratellastro di Marius e di Adele. Se non lo è, esiste un secondo ceppo Debarre in area nizzarda. Il documento non lo decide.
Fonte: SC: atto di morte San Fruttuoso 1873, P. I, n. 308
Theodore Marius Debarre × Maria Godron (Codro’)
Théodore Marius Debarre, acrobata, e Marie Godron, acrobata, si sposano a NÎMES il 5 febbraio 1873. Lui ha vent’anni ed è nato a Gonfaron nel Var; lei ne ha diciassette ed è di Vacqueyras, nel Vaucluse. Nessuno dei due sa firmare.
I loro dieci figli documentati si possono leggere come un itinerario, perché ciascuno nasce dove la compagnia si trovava a passare: Célestine nel 1876, Louise ad ANGERS nel 1878, i gemelli Antoine Laffont e Pierre Aubert a CHARMES in Ardèche nel febbraio 1881, Théodorine a LA VERPILLIÈRE nel 1882, Jean Baptiste a CHAMPS-SUR-TARENTAINE nel Cantal nel 1884, Carlo a MILANO nel 1886, Marietta a JESI nel 1889, Maria Veronica a TREVIGLIO nel 1891, Guglielmo a BRA nel 1894. Diciotto anni di parti.
Due date meritano di essere lette insieme. Nel 1878 nascono in Angiò e nel 1879 la piccola Louise muore in Normandia, a dieci mesi: in un anno la compagnia ha risalito la Francia. Nel 1881 i gemelli nascono «à sa voiture, sur la rue de la Gare» — nel carro della compagnia, fermo nella via della stazione di Charmes — e cinquantacinque giorni dopo Antoine muore a Pierre-Bénite, alle porte di Lione: nel frattempo hanno risalito il Rodano. I due atti, il n. 8 e il n. 9 del registro di Charmes, furono scritti nella stessa mezz’ora del 14 febbraio; è il primo, quello di Pierre Aubert, a contenere la parola che prova il parto gemellare: «enfant légitime <i>jumeau</i>».
C’è una riga, in quell’atto, che vale più di tutte le altre. Alla voce del domicilio l’ufficiale non scrive un paese lontano: scrive che il dichiarante «ha dichiarato di non avere alcun domicilio». Non un domicilio altrove — nessuno. Tre anni dopo, quando nasce Jean Baptiste, ne ha uno: NÎMES, la città dove si era sposato. Fra il 1881 e il 1884 la compagnia smette di essere soltanto un carro.
Poi, dal 1886 in avanti, l’itinerario cambia paese. Carlo nasce a Milano, Marietta nelle Marche, Maria Veronica nel Bergamasco, Guglielmo nel Cuneese. La compagnia è passata dal circuito francese a quello italiano, e non tornerà più indietro. Quando Jean Baptiste, cinquantasette anni più tardi, si dichiarerà all’ufficiale di stato civile di Prignano «di fu Mario», starà italianizzando il nome di questo padre che a Champs non aveva saputo firmare il proprio.
OTTO figli documentati fra il 1876 e il 1891, nati lungo gli itinerari della compagnia: Angers (1878), Charmes in Ardeche (1881), Champs-sur-Tarentaine nel Cantal (1884), Jesi nelle Marche (1889). L’atto n. 31 di Champs-sur-Tarentaine identifica Jean Baptiste, il capostipite dei De Barre di Prignano. ITINERARIO DEI PARTI: Angers (Maine-et-Loire) 1878, Charmes (Ardeche) 1881, La Verpilliere (Isere) 1882, Champs-sur-Tarentaine (Cantal) 1884, Jesi (Marche) 1889, Treviglio (Bergamo) 1891. Gli ultimi figli nascono in Italia: la compagnia passa dal circuito francese a quello italiano alla fine degli anni Ottanta, quando Jean Baptiste ha cinque anni. DIECI FIGLI, non otto. La pratica anagrafica milanese del 1916 ha rivelato CARLO, nato a Milano il 1 settembre 1886, che colma il vuoto fra il 1884 e il 1889; l’atto di battesimo di Bra ha rivelato GUGLIELMO, nato il 21 maggio 1894, tre anni dopo quella che si riteneva l’ultima. Diciotto anni di parti, dal 1876 al 1894. LA MEMORIA ORALE NE CONOSCE UNA IN PIU’. In «Strada, patria sinta» Gnugo De Bar ricorda «PASQUALIE’ DE BAR, l’unica sorella di nonno Jean a non essere venuta in Italia», madre dell’attrice GABY DE BAR («Il corriere della Zarina», «La legge del mitra») e della scrittrice ANDREA DE BAR, da una cui novella sarebbe stato tratto «La stella del Sud». «Pasqualie’» non compare in nessun atto: è quasi certamente il nome d’uso di una delle sorelle documentate — Celestine (1876) o Theodorine (1882), le due che negli atti italiani non compaiono mai. DA VERIFICARE negli stati civili francesi.
Fonte: CS + SC
Carlo Debarre × Rosa La Croce
Carlo Debarre, nato a Milano il primo settembre 1886, è il figlio di Théodore Marius e Marie Godron che nessuna ricostruzione precedente conosceva. Lo ha restituito una pratica anagrafica milanese del 1916, che lo dice testualmente «Debarre Carlo di Marius e Godron Maria».
A diciassette anni aveva già una condanna. Il 3 gennaio 1904, a Vercelli, dopo un diverbio sul conto di un litro di vino, ferì all’inguine Bernardo Vailati, cinquantenne di Vaiano, che era intervenuto per difendere una donna del gruppo. Vailati morì due giorni dopo. Le Assise di Vercelli, il 12 luglio 1904, riconobbero l’omicidio preterintenzionale, l’eccesso di legittima difesa e le attenuanti generiche: cinque anni.
La notizia arrivò fino a un quotidiano italiano di SAN FRANCISCO, che la pubblicò col titolo «IL DELITTO DI UN GIOVANE ZINGARO» e descrisse la compagnia come «una di quelle troupe di girovaghi dalle case ambulanti che i nostri contadini chiamano zingari». È il documento più antico del fondo in cui quella parola viene usata contro un membro di questa famiglia: trentasei anni prima dell’internamento, e da un giornale dall’altra parte del mondo.
Nel 1916 lo ritroviamo a Milano, ginnasta e analfabeta, che riconosce a Vignola la figlia Anna Lia avuta dall’unione naturale con La Croce Rosa, anche lei ginnasta e anche lei analfabeta. La pratica ricorda di sfuggita che aveva già fatto trascrivere l’atto di un altro figlio naturale, di cui non conosciamo il nome.
Unione naturale non formalizzata, dichiarata come tale nell’atto. La pratica anagrafica milanese ricorda un altro figlio naturale di Carlo Debarre già trascritto, di cui non conosciamo il nome: Anna Lia non è la primogenita.
Fonte: SC: atto di nascita Vignola 1916, trascritto a Milano P. II serie A, n. 78
Jean Baptiste (Giovanni Battista) Debarre (De Bar, De Barre) × Giuseppina Ballerini
Nell’atto di nascita di Soragna del 22 novembre 1904 Jean Baptiste De Bar, ventun anni, «acrobatico», domiciliato a Nîmes, dichiara nato dalla moglie BALLERINI GIUSEPPINA un bambino cui dà il nome di Mario. È l’unico documento che nomini questa prima compagna, e basta a stabilire una cosa: Truzzi Ida, nata nel 1891, aveva allora tredici anni e non può essere la madre di Mario.
Mario crescerà e a sua volta, nel 1941, sposerà dentro l’internamento Mafalda Esposti legittimando sette figli. Fra il nonno che nel 1904 non sapeva firmare e il nipote Enrico, che nel 1929 a Lugo fu registrato per errore come figlio di Giovanni invece che di Mario, corrono venticinque anni e un unico modo dell’anagrafe di trattare questa gente: registrarla in fretta, e male.
Prima unione di Jean Baptiste De Bar con BALLERINI GIUSEPPINA, «sua moglie» nell’atto di Soragna del 1904: da lei nasce Mario (1904). Truzzi Ida, nata nel 1891, aveva allora tredici anni e non può esserne la madre. Da questa unione nasce il solo Mario.
Fonte: SC: atto di nascita Soragna 1904
Jean Baptiste (Giovanni Battista) Debarre (De Bar, De Barre) × Ida Truzzi
Jean Baptiste De Bar e Ida Truzzi non si sposarono mai davanti a un ufficiale di stato civile, e per sessant’anni questo ha reso la loro famiglia illeggibile ai documenti. La ragione la dà il nipote, nel 1998: «Alla nostra usanza il nonno chiese a lei la sua mano, lei disse di sì, perché gli voleva bene, e così scapparono insieme, che per noi significa diventare marito e moglie. Vennero a casa per il perdono, furono perdonati.»
Si erano conosciuti nella zona di PAVULLO NEL FRIGNANO, dove lei posteggiava con la sua famiglia e faceva il numero del filo: camminava sul cavo d’acciaio sospeso a un paio di metri, si teneva in equilibrio su un piede solo, fingeva di bere il caffè tenendo la tazzina sulla corda.
Da quell’unione nascono sette figli documentati fra il 1910 e il 1930, in sette comuni fra Marche, Lombardia, Umbria, Veneto, Polesine ed Emilia. Negli atti la madre è quasi sempre «ignota», o non nominata affatto: non per vergogna dei genitori, ma perché lo Stato non aveva una casella per un matrimonio contratto secondo un’usanza che non riconosceva. Fa eccezione un solo atto, ed è quello di Paolino, denunciato a Grignano Polesine nel 1924: lì Jean Baptiste la dichiara «Truzzi Ida, casalinga, sua moglie seco lui convivente». È l’unica volta, in sette nascite, che lo Stato scrive il nome della madre; per il resto bisogna aspettare le pratiche del campo, nel 1941.
Il figlio maggiore ne porta il segno anche nel nome. All’anagrafe di Jesi è registrato con DUE nomi, «Luigi Oreste»; lo schedario del campo ritenne il primo, l’atto di matrimonio del dicembre 1941 il secondo. Per settant’anni sono sembrati due fratelli diversi nati lo stesso anno.
La memoria di famiglia conta nove figli, non sette, e li chiama con nomi che nessun registro conosce: lo zio Rus, acrobata del rullo su un praticabile di sei metri; lo zio Cicia, il pagliaccio della compagnia; lo zio Virgilio detto il Fradelin, contorsionista, che tornò dalla prigionia in Germania pesando trentasei chili. Di questi tre soltanto il Fradelin ha ritrovato il suo nome anagrafico: è Vergilio De Barre, nato a Pincara il 14 gennaio 1923, che lo schedario del campo chiama «Dante» perché scambiò per un nome la via in cui era nato. Rus e Cicia restano soprannomi senza scheda.
Unione mai formalizzata di Jean Baptiste De Bar e Truzzi Ida, da cui nascono Luigi (1910), Marsiglia (1911), Armando (1918), Ettore (1920), Dante (1923), Paolino (1924) e Nella (1930). E’ il nodo che salda il ramo francese Debarre al ramo Truzzi: Ida è sorella di Eva Marsiglia. ERANO CUGINI. L’atto di nascita di Ettore Alfieri, a Casale sul Sile nel 1920, cancella la formula a stampa «non parente né affine con lui nei gradi che ostano al riconoscimento» e la sostituisce a mano con due parole: «SUA CUGINA». Se quella donna è Ida, come dice lo schedario, allora la madre di lei — ANNA DE BAR «fu Giuseppe», oriunda francese — appartiene alla stessa famiglia di Jean Baptiste, e i due rami De Bar del campo sono un ramo solo. E’ il primo documento che lo dica. NESSUN ATTO DI MATRIMONIO, E ORA SAPPIAMO PERCHE’: secondo il racconto del nipote i due «scapparono insieme, che per noi significa diventare marito e moglie», poi tornarono «a casa per il perdono». L’unione fu contratta secondo la consuetudine sinta e lo Stato non la registro’ mai: per questo negli atti di nascita dei figli la madre è «ignota» o non nominata, e il nome di Ida compare solo nelle pratiche del 1941. I NOMI CHE MANCANO. Gnugo De Bar ricorda che «nella seconda metà degli anni trenta il nonno aveva già NOVE FIGLI che lavoravano nel suo postone», e li chiama coi nomi d’uso: lo zio RUS, acrobata del rullo su un praticabile di sei metri, caduto a Forli’ dopo la guerra; lo zio CICIA, il pagliaccio della compagnia; lo zio VIRGILIO detto il FRADELIN, contorsionista, mandato a Gorizia e poi prigioniero in Germania ai lavori forzati sulla ferrovia di Kassel, tornato pesando 36 chili; lo zio NOTI e la zia MARIETTINA, presenti al rastrellamento con tutti i propri figli. Nessuno di questi nomi compare negli atti, dove i figli sono Luigi Oreste, Marsiglia, Armando, Ettore, Dante, Paolino e Nella. RICONDURRE I SOPRANNOMI AI NOMI ANAGRAFICI è il prossimo lavoro da fare.
Fonte: SCH + SC
Mario De Barre × Mafalda Cesira Elisabetta Margherita Esposti
Il 13 dicembre 1941 don Armando Bottazzi sposa a Castelvecchio Mario De Barre e Mafalda Esposti. Testimoni Ettore e Oreste, fratellastri dello sposo — figli dello stesso padre e di Truzzi Ida, mentre Mario era nato da Giuseppina Ballerini. Oreste firma con una croce. Con l’atto vengono legittimati SETTE FIGLI nati fra il 1925 e il 1938 in sette comuni diversi.
I certificati che il Comune di Prignano si fece mandare da quei sette comuni sono la cosa più istruttiva del fascicolo. Maria, nata a Ceneselli nel 1925, risulta figlia di Mario e di «Ignota». Marcella, nata a Camposanto nel 1927, fu denunciata dal padre, allora «ombrellaio» e analfabeta. Enrico, nato a Lugo nel 1929, è registrato figlio di GIOVANNI — cioè del nonno — e di madre non indicata. Anna Maria, nata a Formigine nel 1936, è «da Debarre Mario e da n.n.». E tre di loro — Vincenzo, Giuseppe e Maurizio — all’anagrafe non si chiamavano De Barre affatto: portavano il cognome della madre, ESPOSTI, perché nati da padre non dichiarato. Per Vincenzo il certificato di Sassuolo indica come madre una «Esposti Bruna» che l’atto di legittimazione chiama Mafalda.
Il certificato di Giuseppe, rilasciato da Scandiano nel 1941, porta scritto che fu emesso su richiesta del Comune di Prignano. È il campo di concentramento a ricostruire l’identità anagrafica di questi bambini, uno per uno, scrivendo a mezza Emilia.
Mafalda Esposti non tornò mai davvero indietro. Morì all’ospedale di Bazzano l’11 giugno 1947, a quarant’anni, dichiarata «giostraia» e ancora registrata come residente a Prignano sulla Secchia: quattro anni dopo la fine dell’internamento, l’anagrafe la teneva ancora lì.
Celebrato da don Armando Bottazzi, testimoni Ettore e Oreste De Barre. SETTE figli legittimati in una volta, nati fra il 1925 e il 1938 in sette comuni diversi; TRE di loro portavano il cognome della madre perché registrati da padre non dichiarato. Il matrimonio è la regolarizzazione anagrafica che l’internamento rende possibile e necessaria.
Fonte: SC: trascrizione Prignano P. II serie A, n. 41 (23/12/1941)
Armando De Barre × Albertina Innocenti
Il 5 gennaio 1942, sempre a Castelvecchio e sempre per mano di don Bottazzi, Armando De Barre detto «Ciao» sposa Albertina Innocenti. Testimoni suo padre Jean Baptiste, dichiarato di cinquantasette anni, e suo fratello Mario di trentasette. La coppia produsse un certificato di povertà rilasciato dal Podestà di Prignano per essere esentata dalle spese.
Legittimano due figli. Lucia, nata a Bologna nel gennaio 1939, era iscritta all’anagrafe come INNOCENTI Lucia, figlia della sola madre. E Giacomo, nato dentro il campo il 4 dicembre 1940, poche settimane dopo l’arrivo del gruppo.
Di quella nascita conosciamo il racconto del diretto interessato, perché Giacomo detto Gnugo sarebbe diventato lo scrittore che ha rotto il silenzio dei sinti italiani sulla persecuzione: «Mio padre chiede ai carabinieri di portare la mamma all’ospedale di Sassuolo, ma dicono di no. Così nasco al freddo dentro una carovana al lume di candela.»
Suo padre partì per il fronte di Sicilia quando lui aveva pochi mesi — la stessa amministrazione che li teneva internati per ragioni di razza arruolava gli uomini in età — e tornò a piedi nell’agosto 1943, dopo lo sbarco alleato, per essere arrestato come disertore e mandato alla Corte Marziale di Brescia, dove rischiava la fucilazione. Lo salvò sua madre Ida, che portò a un ufficiale tedesco una lettera scritta dal figlio da Palermo, col timbro della caserma.
L’atto parrocchiale di legittimazione, va detto, colloca la nascita di Giacomo al 4 gennaio 1941 e non al 4 dicembre 1940. Anche l’atto che rimetteva le cose in ordine sbagliava di un mese.
Celebrato da don Armando Bottazzi; testimoni Jean Baptiste De Bar («di fu Mario», 57 anni) e Mario De Barre (37): padre e fratello dello sposo. Legittima Lucia (1939), registrata all’anagrafe col cognome materno Innocenti, e Giacomo detto Gnugo, NATO NEL CAMPO nel dicembre 1940. La coppia produsse un certificato di povertà del Podestà per essere esentata dalle spese.
Fonte: SC: pubblicazioni 30/11-07/12/1941; certificato di povertà 05/04/1941
Luigi Oreste De Barre × Giulia Marciano
Luigi Oreste De Barre e Giulia Marciano non si sposarono, e i loro figli lo mostrano nel cognome: Dolores, Ettore e Anna Maria sono registrati «di Giulia Marciano», senza padre. Solo l’ultimo, nato nel campo il 9 luglio 1941, risulta «di Luigi e Giulia Marciano».
Quel bambino ha due cognomi a seconda dell’edizione dello schedario che si consulta: «Marciano Nello» nella lista del 2003, «Marciano/De Barre Nello» in quella del 2010. La doppia dicitura non è un errore di trascrizione: registra il momento in cui il padre lo riconobbe. È l’unico dei figli Marciano ad avere il cognome paterno, ed è nato dentro il campo.
Alla coppia lo schedario attribuisce anche Aida, nata a San Felice sul Panaro nel 1930 e detta «di Luigi» senza indicazione della madre. Se il padre è questo Luigi aveva diciannove anni: cronologicamente possibile, ma la madre resta ignota.
Unione non formalizzata. Solo Nello, nato nel campo il 09/07/1941, è attribuito dallo schedario a «Luigi e Giulia Marciano»: gli altri tre figli Marciano risultano «di Giulia Marciano» senza padre, e Aida (1930) è «di Luigi» senza madre. Il gruppo si tiene per contiguita’ anagrafica, non per un atto: è l’ipotesi più economica, non una certezza.
Fonte: SCH
Triberti e Argan
Il ramo piemontese, saldato ai De Barre dal matrimonio di Agliano d’Asti del 1924.
Antonio Triberti × Maria Teresa Giovanna Pavia
Fonte: CS
Gian-Giuseppe Gaetano Triberti × Giovanna Angela Derossi
Matrimonio celebrato quando il figlio Antonio aveva quattordici anni.
Fonte: CS
Antonio Triberti × Marietta Giacoma Vincenza Debarre
Il 17 marzo 1924, alle cinque e mezza del pomeriggio, nella Casa Comunale di Agliano d’Asti, Antonio Triberti sposa Marietta Giacoma Vincenza Debarre. Hanno trentadue e trentaquattro anni, e i loro figli documentati ne hanno quattordici, tredici e otto: Armandina, Carlo e Giacomo vengono legittimati tutti e tre in quel giorno. L’atto li elenca uno per uno con il comune e il numero del registro in cui il padre, da solo, li aveva denunciati: Crespellano, Gubbio, Taggia — Emilia, Umbria, Liguria. Tre figli, tre regioni, il giro di una compagnia.
Entrambi gli sposi sono registrati di professione «acrobata» e residenti ad Agliano: dopo una vita di strada, i Triberti hanno finalmente un indirizzo, e i testimoni che portano davanti all’ufficiale non sono gente di mestiere ma due paesani — il fornaio Francesco Cavagnino, sessantun anni, e il telegrafista Aurelio Bianco, trentuno. Antonio firma, a lettere staccate e incerte. Marietta no: l’ufficiale annota che sottoscrivono tutti «meno la sposa dettasi analfabeta». Nell’unico documento della sua vita che le chiedeva una firma, non poteva metterla.
Era già successo nella generazione precedente. Il padre di Antonio, Gian-Giuseppe Gaetano, aveva sposato Giovanna Angela Derossi a Savona nel 1906, quando Antonio aveva quattordici anni. E succederà di nuovo nel campo, nel 1941 e nel 1942, con i Torre, i De Barre e i Relandini. Il matrimonio tardivo con legittimazione collettiva non è un’anomalia di queste famiglie: è la loro forma normale di regolarizzazione, ripetuta per tre generazioni.
Il matrimonio del 1924 è anche il punto in cui due rami si saldano. Marietta è sorella di quel Jean Baptiste Debarre che sarà il capostipite dei De Barre internati a Prignano: i Triberti e i De Barre del campo non sono due famiglie vicine di carovana, sono una famiglia sola. L’atto lo dice a chiare lettere, nominando i genitori della sposa: «del fu Teodoro Mario, residente in vita a Bagnacavallo, e di Godron Maria, residente in Rovereto». È lo stesso Théodore Marius Debarre di Gonfaron, morto nel Ravennate dieci anni prima; e sua moglie, che nel 1873 si era sposata a Nîmes a diciassette anni senza saper firmare, nel 1924 era ancora viva, ferma in Trentino, vedova da un decennio.
Uno dei tre figli non finì a Prignano. Carlo, nato a Gubbio nel 1911, aveva sposato a Zogno nel 1933 Caterina Maria Pesenti — lei aveva quattordici anni compiuti da tre mesi — e dal 1933 aveva casa propria nel Bergamasco: è la ragione per cui il rastrellamento di Modena non lo prese. Sua figlia Francesca morì comunque nell’ottobre 1943, a pochi mesi, a Castiglione delle Stiviere.
Matrimonio celebrato quando Armandina aveva 14 anni, Carlo 13 e Giacomo 8: tutti e tre legittimati. L’ATTO. Agliano d’Asti, 17 marzo 1924, alle diciassette e trenta, nella Casa Comunale; riceve il Commissario Prefettizio avv. cav. Francesco Niccolini. Pubblicazioni regolari, nelle due domeniche 3 e 10 febbraio 1924, in quel solo comune. Entrambi gli sposi sono dichiarati «ACROBATA» e residenti ad Agliano: dopo trent’anni di strada, i Triberti hanno un indirizzo. Testimoni due paesani senza rapporto col mestiere, il fornaio Francesco Cavagnino di sessantun anni e il telegrafista Aurelio Bianco di trentuno. Firma lo sposo, a lettere staccate e incerte; LA SPOSA NON FIRMA, «dettasi analfabeta». LA LEGITTIMAZIONE. L’atto elenca i tre figli «nati dalla loro unione naturale» e denunciati a suo tempo dal solo padre, in tre comuni distanti l’uno dall’altro quanto un giro di fiere: Armandina Maria a Crespellano (atto n. 65), Carlo a Gubbio il 6 marzo 1911 (atto n. 24), Giacomo a Taggia il 4 giugno 1915 (atto n. 55). I GENITORI DELLA SPOSA. L’atto dice Marietta figlia «del fu TEODORO MARIO, residente in vita a BAGNACAVALLO» e di «Godron Maria, residente in ROVERETO». E’ la conferma indipendente che Theodore Marius Debarre mori’ a Bagnacavallo, dove un atto del 1914 registra un «Debarre Mario» girovago; e l’attestazione che Maria Godron era ancora viva nel 1924, ferma in Trentino, sopravvissuta al marito di almeno dieci anni. Lo schedario di Prignano attribuisce alla coppia anche Fioravante (1930), che non compare nella ricostruzione genealogica: legame ancora da verificare.
Fonte: SC: atto di matrimonio Agliano 1924, n. 10
Giacomo Triberti × Fortunata Zanfretta
Fonte: SCH
Carlo Triberti × Caterina Maria Pesenti
Fonte: CS
Luigi Argan × Armandina Maria Triberti
Argan Luigi, ginnasta, veronese del 1901, e Armandina Maria Triberti, primogenita di Antonio e Marietta. Cinque figli documentati; tre morirono appena nati.
La prima è Giuseppina, morta l’11 settembre 1928 a Bonavigo, nel Veronese, con l’età di zero giorni: era nata a Magrè, un’ora di strada più in là. Sopravvivono Beatrice, del 1930, e Antonio, del 1939 — i due che nel novembre 1940 entrano nel campo con i genitori. Poi c’è Walter Salvatore.
Walter Salvatore nacque a Prignano sulla Secchia il 14 luglio 1941 e vi morì il 18 settembre successivo, alle ore dodici, in una casa di viale Guglielmo Marconi. Due mesi di vita, tutti dentro il campo.
L’atto di morte è il documento più asciutto e più duro dell’intero fascicolo, e non per ciò che dice ma per chi lo firma: denunciante il nonno materno ANTONIO TRIBERTI, testimone SALVATORE TORRE. I due capifamiglia dei due ceppi maggiori del campo si presentano insieme all’ufficiale di stato civile per registrare la morte di un bambino di due mesi. Non era la prima volta: sei mesi prima erano stati entrambi testimoni al matrimonio di Alfredo Truzzi e Gaetana Tonoli, il primo celebrato nel campo. Le due sole occasioni in cui i documenti li mostrano fianco a fianco sono un matrimonio e la morte di un bambino di due mesi.
Il fratello maggiore, Antonio, apre lo schedario dei settantanove: primo in ordine alfabetico. Aveva ventidue mesi quando arrivò.
L’ultimo documento della famiglia è di due anni dopo, e chiude il cerchio nello stesso modo in cui si era aperto. Il 3 luglio 1943, a Porto Mantovano, muore appena nato Novenio Argan. Il campo di Prignano si stava svuotando — in aprile il nuovo Podestà fece arare l’area «liberata dalle ultime carovane», anche se in luglio qualcuno vi veniva ancora ricondotto dalla polizia — e gli Argan erano risaliti nel Mantovano, dove pochi mesi più tardi gli uomini sinti avrebbero dato vita alla formazione partigiana dei Leoni di Breda Solini. I tre atti di morte disegnano l’itinerario di questa famiglia meglio di qualsiasi altro documento: Verona nel 1928, Prignano nel 1941, Mantova nel 1943.
Unione di Argan Luigi (scheda 3) e Armandina Maria Triberti (scheda 54). CINQUE FIGLI DOCUMENTATI, TRE MORTI APPENA NATI. Giuseppina muore a Bonavigo, nel Veronese, l’11 settembre 1928, a zero giorni. Walter Salvatore nasce nel campo il 14 luglio 1941 e vi muore a due mesi: l’atto di morte è firmato dal nonno Antonio Triberti, con Salvatore Torre come testimone. Novenio muore a Porto Mantovano il 3 luglio 1943, anche lui a zero giorni. Sopravvivono soltanto Beatrice (1930) e Antonio (1939), i due che nel novembre 1940 entrano nel campo con i genitori. I TRE ATTI DISEGNANO L’ITINERARIO: Verona 1928, Prignano 1941, Mantova 1943. La morte di Novenio è l’ultimo documento che colloca la famiglia dopo l’internamento.
Fonte: SCH + SC
Relandini
Da un cuoco modenese a una famiglia di giostrai veneti; sette figli, quattro morti bambini.
Paolo Relandini × Elena Villani
Fonte: CS
Luigi Relandini × Antonia Munarol
Da un cuoco modenese nascono quattro figli che entrano tutti nello spettacolo viaggiante o vi si imparentano: è la generazione in cui la famiglia si mette in strada.
Fonte: CS
Gustavo Relandini × Giuseppa Francesca Lecro
Gustavo Relandini, ginnasta e giocoliere, sposa Giuseppa Francesca Lecro a Castelfranco Veneto il 16 ottobre 1917, quando il loro primogenito Rodolfo ha dodici anni. Lei è siciliana, di Gangi in provincia di Palermo, entrata in una compagnia veneta; fra il 1907 e il 1914 negli atti compare col nome di «NEGRI GIUSEPPINA», e il cambio di nome è abituale nei registri delle compagnie viaggianti.
Ebbero sette figli. Quattro non arrivarono all’età adulta: Ortensia morì a sei mesi a Vicenza nel febbraio 1907, Cesira a otto mesi a Gambellara due mesi e mezzo dopo, Luigi a otto giorni a Caldiero nel novembre 1914, Gustavo junior a due anni e dieci mesi a Noventa Vicentina nel 1922. Due sorelle nello stesso inverno, e poi ancora due.
I tre che sopravvissero nacquero lungo la strada: Rodolfo a Suzzara nel 1904, Elena a Sant’Elena nel Padovano, Alberto a Casale di Scodosia nel 1912. Solo per Alberto l’atto lo dice a lettere: nato in carovana.
La madre non fece in tempo a vedere che cosa sarebbe successo. Le pubblicazioni del matrimonio della figlia Elena, chieste da Castelfranco Veneto ad Adria nel dicembre 1937, la dicono già «fu Lecro Giuseppa, residente in vita qui»: era morta prima del 6 dicembre di quell’anno. Il marito Gustavo la seguì un anno dopo, il 10 dicembre 1938. Nessuno dei due seppe del rastrellamento.
Elena sposò Ferdinando Dissette, girovago, nato a Vigonza e residente ad Adria, e morì alle quattro del mattino del 16 novembre 1941, a trentatré anni, in un istituto di Padova che ne diede avviso al Comune. Nelle pubblicazioni del 1937 era registrata «casalinga»; nell’atto di morte è «giostraia». Suo fratello Rodolfo, in quei giorni, era internato a Prignano a centoventi chilometri di distanza. Alberto si era sposato a Reggio Emilia il 23 giugno 1941, una settimana prima del matrimonio del fratello dentro il campo.
Il capostipite di questa famiglia, Luigi Relandini, era un cuoco modenese morto nel 1912 nell’ospedale di Castelfranco Veneto. Con i suoi figli la famiglia entra nello spettacolo viaggiante e non ne esce più: il passaggio dal mestiere sedentario a quello di strada è avvenuto in una sola generazione, ed è documentato.
SETTE FIGLI, QUATTRO MORTI BAMBINI: Ortensia a sei mesi, Cesira a otto, Luigi a otto giorni, Gustavo jr a due anni e dieci mesi. I genitori si sposano nel 1917, quando il primogenito Rodolfo ha dodici anni: lo stesso schema di matrimonio tardivo con legittimazione che si ripetera’ nel campo una generazione dopo.
Fonte: CS
Rodolfo Luigi Relandini × Marsiglia Flora De Barre
Il 30 giugno 1941, nella chiesa parrocchiale di Prignano, don Adolfo Marzani celebra due matrimoni fra internati. Questo è il secondo. Rodolfo Luigi Relandini, ginnasta, e Marsiglia Flora De Barre, analfabeta, entrambi «domiciliati a Prignano (Concentramento Vaghi)». Testimoni Triberti Giacomo, ventisei anni, e Zanfretta Fortunata, venticinque — gli stessi dell’altro matrimonio, celebrato quello stesso giorno.
Le pubblicazioni ecclesiastiche furono dispensate con rescritto vescovile del 18 marzo 1941: la curia di Modena aveva accettato di accelerare.
Con l’atto vengono legittimati tre figli, e la storia di uno di loro dice tutto di come lo Stato trattava questi bambini. Cesarino era nato il 27 maggio 1933 nell’ospedale di Scandiano, in via Vallisneri 1, ed era stato registrato D’UFFICIO come figlio di ignoti col cognome FRANCHINI. Fu poi riconosciuto dalla madre, e infine legittimato nel campo: tre cognomi in otto anni, per lo stesso bambino, senza che lui si fosse mosso da casa sua.
La sorella maggiore Tosca era nata nell’ospedale di Mirandola nel 1930 e denunciata lo stesso giorno dal padre, che l’ufficiale qualificò «GIROVAGO» e domiciliato a Castelfranco Veneto. La più piccola, Graziella, era nata a Bomporto il 7 aprile 1938 — non nel 1937, come dicono entrambe le edizioni dello schedario — e aveva due anni e mezzo all’arrivo nel campo.
Questo matrimonio è anche il punto in cui il ramo veneto dei Relandini si salda al ramo francese dei De Barre.
Uno dei due matrimoni celebrati nel campo il 30 giugno 1941 da don Adolfo Marzani, con gli stessi testimoni dell’altro (Triberti Giacomo e Zanfretta Fortunata, «Concentramento Vaghi»). Legittima tre figli, uno dei quali era stato registrato d’ufficio col cognome FRANCHINI. E’ il matrimonio che unisce il ramo veneto Relandini al ramo francese De Barre.
Fonte: SC: atto parrocchiale n. 122; pubblicazioni dispensate con rescritto vescovile del 18/03/1941
Ferdinando Dissette × Elena Relandini
DUE COMUNI PER UN MATRIMONIO SOLO, come impone la legge quando gli sposi risiedono altrove: il 4 dicembre 1937 l’ufficiale di CASTELFRANCO VENETO, dove risiedeva la sposa e dove il matrimonio sarebbe stato celebrato, chiede al collega di ADRIA, dove risiedeva lo sposo, di procedere alle pubblicazioni. La richiesta arriva ad Adria il 6 dicembre alle 16:20 e la riceve l’avvocato Michele Renzullo, delegato dal Commissario Prefettizio. L’avviso resta affisso alla porta della Casa Comunale le domeniche 12 e 19 dicembre e fino al 23. Entrambi gli sposi sono qualificati GIROVAGHI, lui nella professione e lei per il padre: tre anni dopo la stessa parola sarà il titolo per internare suo fratello.
Fonte: SC: pubblicazioni di matrimonio Adria 1937, P. II serie A, n. 73
Alberto Relandini × Olga Bernardoni
Celebrato una settimana prima del matrimonio del fratello dentro il campo.
Fonte: CS
Truzzi e Torre
Il ramo che il 18 giugno 1942 legittima nove figli dentro il campo.
Giuseppe Truzzi × Anna De Bar (Debarre, Debari)
Truzzi Giuseppe, ginnastico, e Anna De Bar, funambola, «oriunda francese». Nessuno dei due sapeva scrivere: in ogni atto che li riguarda, dal 1879 al 1900, firmano i testimoni e non loro.
Sono coniugati almeno dal settembre 1879, quando l’atto di Boara Polesine la dice «sua moglie», e restano anagraficamente domiciliati a FINALE EMILIA per oltre vent’anni mentre i figli nascono lungo la strada: Boara Polesine nel 1879, Modena nel 1882, Ghemme nel Novarese nel 1884, Cupramontana nel 1891, Olza di Monticelli d’Ongina nel 1893, Fagagna in Friuli nel 1902. Sei figli, sei province, un solo indirizzo. È la smentita più netta del luogo comune sul nomadismo senza radici: questa era una famiglia con residenza fissa e mestiere itinerante, come un rappresentante di commercio.
Le età dichiarate da Giuseppe convergono sul 1853 in tre atti su quattro. Di Anna non sappiamo la data di nascita, e il nome di suo padre — un Giuseppe già morto nel 1884 — è tutto ciò che gli atti concedono: il documento che lo direbbe, il loro atto di matrimonio, non è ancora stato trovato.
Fra il 1884 e il 1891 si apre un vuoto di sette anni che nessun atto colma.
Di questi sei figli, tre finiranno a Prignano nel 1940: Ferdinando, Ida ed Eva Marsiglia. Gino non ci arrivò: fu ucciso a colpi d’arma da fuoco a Carpi la notte del primo aprile 1940, e la moglie e i tre figli furono rastrellati sette mesi dopo. Giorgio detto Pierino si era sposato nel 1900 con una contadina veneta ed era uscito dal giro. Della primogenita Ida Vittoria, nata nel 1879, dopo l’atto di nascita non si sa più nulla: il nome verrà riusato dodici anni dopo per un’altra figlia, il che nelle famiglie dell’epoca significa quasi sempre che la prima era morta bambina.
Truzzi Giuseppe, ginnastico, e De Bar Anna «oriunda francese», funambola e ginnastica. Nel settembre 1879 sono già coniugati: l’atto di Boara Polesine la dice «sua moglie». L’atto di matrimonio non è ancora stato trovato ed è il documento che nominerebbe il padre di lei. SEI FIGLI DOCUMENTATI IN VENTITRE ANNI, nati in sei comuni di sei province mentre i genitori restavano anagraficamente domiciliati a Finale Emilia: Boara Polesine 1879, Modena 1882, Ghemme 1884, Cupramontana 1891, Olza di Monticelli d’Ongina 1893, Fagagna 1902. Fra il 1884 e il 1891 c’è un vuoto di sette anni che nessun atto colma.
Fonte: SC
Vittorio Torre × Adele Grisetti
Fonte: SC
Salvatore Domenico Torre × Eva Marsiglia Truzzi
Il 18 giugno 1942, nella chiesa parrocchiale di Prignano, don Nerino Francia sposa un uomo di cinquantadue anni e una donna di quarantotto che convivevano da almeno trentuno. Con quell’atto vengono legittimati NOVE FIGLI, nati fra il 1911 e il 1937 in nove comuni diversi fra Lombardia, Emilia, Veneto, Piemonte e Lazio. Testimoni Jean Baptiste De Bar e suo figlio Ettore. Lo sposo firma; la sposa traccia una croce.
Non fu un matrimonio d’amore tardivo: fu una pratica amministrativa. Nei mesi precedenti il Comune di Prignano aveva scritto a nove municipi in sette province per farsi mandare i certificati di nascita di quei nove figli, e i certificati che tornarono raccontano ciascuno una storia diversa di come lo Stato li avesse registrati. Lodovico di Iseo risulta femmina, «Lodovica», figlia di un «Domenico Vittorio» che non esiste. Adelina di Scandiano era stata iscritta come figlia di ignoti col cognome d’ufficio FIERINI e mandata al brefotrofio di Reggio Emilia, poi riconosciuta dalla madre con atto notarile nel 1931. Esterina di Desenzano risulta figlia del solo padre, ma fu battezzata a Fabbrico, ottanta chilometri più in là. Gino, Ernesto, Irma, Lorenzina, Silvana e Ada Maria portavano tutti il cognome della madre, perché nati da padre non dichiarato. Di Irma Maria il fascicolo non conserva nemmeno il certificato: è l’unica dei nove che nessun comune riuscì a documentare.
Ci volle un campo di concentramento perché quella famiglia diventasse leggibile all’anagrafe. È il paradosso su cui questa ricerca continua a inciampare: la stessa amministrazione che li aveva rastrellati come «zingari» fu la prima a prendersi la briga di scrivere chi fossero.
Salvatore Torre lo si ritrova nove mesi prima, il 18 settembre 1941, come testimone all’atto di morte del piccolo Walter Argan, due mesi di vita, morto nel campo: la firma di uno dei due capifamiglia accanto a quella dell’altro, Antonio Triberti, in calce alla morte di un bambino.
Eva Marsiglia non aspettò la fine. Nel luglio 1943 fuggì da Prignano col marito, i figli e una nipote; fu arrestata a Piacenza e ricondotta al campo; il 30 luglio fuggì di nuovo, e fu ricercata fino al dicembre. Morì a Baiso, nel Reggiano, il 10 agosto 1964, e la notizia tornò per via burocratica fin sul suo atto di nascita di settantun anni prima, dove un’annotazione marginale la registra: l’ultimo atto di una vita che l’anagrafe aveva faticato a seguire dal principio.
Coppia convivente almeno dal 1911; si sposa dopo trentun anni, a 52 e 48 anni, legittimando NOVE figli nati fra il 1911 e il 1937 in nove comuni di sette province, fra Lombardia, Emilia, Veneto, Piemonte e Lazio. I FIGLI ERANO PERO’ DIECI: il decimo, Alfredo, era morto al Policlinico di Modena il 1 dicembre 1940, tre settimane dopo il rastrellamento, a dieci anni. Lei firma con una croce. Testimoni: Jean Baptiste De Bar e suo figlio Ettore.
Fonte: SC
Eva Marsiglia Truzzi
IL DECIMO FIGLIO, che non fu legittimato perché non c’era più. Alfredo mori’ al Policlinico di Modena il 1 dicembre 1940, tre settimane dopo il rastrellamento; il 18 giugno 1942, quando i genitori si sposarono dentro il campo legittimando i figli, i figli erano nove.
Fonte: SC: atto di morte Modena 1940, P. II serie B, n. 517
Flaminio Enrico Villani × Ada Maria Truzzi
Il primo dei due matrimoni celebrati da don Adolfo Marzani il 30 giugno 1941 unisce Flaminio Enrico Villani, ginnasta, ventidue anni, e Truzzi Ada Maria, diciotto. Negli atti sono entrambi «residenti al concentramento Vaghi, Prignano», e di entrambi è annotato che sono «di razza ariana».
Lui sa scrivere. Lei firma con una croce.
Legittimano la figlia Rosa, nata a Torino il 13 aprile 1937 nella Regia Maternità di via Mario Gioda 44, alle 13:40, figlia di padre ignoto. La madre ne avrebbe compiuti quattordici diciotto giorni dopo il parto.
Nessuno dei tre compare nello schedario dei settantanove. Sono documentati solo perché si sposarono: se quel giorno il matrimonio non ci fosse stato, di questa famiglia non sapremmo nulla. È la misura più esatta di quanto quella lista sia incompleta.
Celebrato da don Adolfo Marzani lo stesso giorno del matrimonio Relandini-Debarre. Entrambi gli sposi «residenti al concentramento Vaghi»; testimoni Triberti Giacomo e Zanfretta Fortunata.
Fonte: SC
Riziero (Rizieri) Lucchesi × Asterina Torre (nella scheda «Torri»)
Della madre di Fioravante Lucchesi non si sapeva il nome. Lo dà la sua scheda personale di partigiano, conservata negli archivi della Commissione regionale per il riconoscimento delle qualifiche, pratica n. 013090 di Modena: alla voce «Maternità» c’è scritto TORRI ASTERINA.
Il cognome lo colloca nella famiglia Torre e conferma per via documentaria quello che finora si deduceva soltanto dalla presenza comune nel campo: fu internato coi parenti della madre, Salvatore Torre ed Eva Marsiglia Truzzi, insieme a zii, zie e cugini.
Il nome però apre un problema che i documenti attuali non chiudono. «Asterina» somiglia a ESTERINA, e un’Esterina Torre esiste: la figlia di Salvatore nata a Desenzano nel 1921 e legittimata nel campo nel 1942. Ma se Fioravante nacque nel 1924 — come dice la sua stessa scheda — lei avrebbe avuto due anni e mezzo. Fra le altre figlie note ne regge una sola, e a una sola condizione: Lodovica, nata nel 1911, se Fioravante fosse nato nel 1927. Altrimenti esiste una donna Torre di questa famiglia che nessun documento del campo registra. Il test è l’atto di nascita di Bastia Umbra.
Quanto a lui, la scheda dice che combatté nella brigata «Corsini» dal 15 giugno al 16 novembre 1944, e la memoria di famiglia lo conferma: «mio cugino Lucchesi Fioravante stava con la divisione Armando», scrive Gnugo De Bar nel 1998. Il bambino internato a Prignano a sedici anni divenne partigiano a venti.
La scheda partigiana del figlio nomina entrambi i genitori: «Paternità Rizieri, Maternità Torri Asterina». E’ il primo documento che dia un nome alla madre. Quale donna Torre sia, e come si innesti sul nucleo di Salvatore Torre ed Eva Marsiglia, resta da stabilire.
Fonte: ACS, RICOMPART: scheda personale «Partigiano», Modena, n. 013090
Orazio Bonora × Lodovico / Lodovica Torre
Se la «Torre Lodovica» madre di Anna è la Lodovica nata a Iseo nel 1911 e legittimata da Salvatore Torre nel 1942, allora Anna è nipote della coppia Torre-Truzzi e il nucleo Bonora entra nella rete principale. Il legame è plausibile ma non documentato: da verificare sull’atto di nascita di Castelnovo di Sotto, 1929.
Fonte: SCH
Flora Bonora (Bunora)
Davide è figlio di padre ignoto e di Bonora Flora: lo stabilisce, ventidue anni dopo la sua nascita e quattro mesi dopo la sua morte, una sentenza di rettificazione.
Fonte: SC: sentenza di rettificazione Tribunale di Bologna 10/06/1948
Truzzi, gli altri rami
La discendenza di Ferdinando e quella di Gino, ucciso a Carpi sette mesi prima del rastrellamento.
Ferdinando Carlo Truzzi × Antonietta Carnia
PROBLEMA DI ETA’ RISOLTO. Lo schedario diceva Ferdinando nato nel 1884 e padre di quattro figli dal 1902, il che gli avrebbe dato diciotto anni alla nascita del primo. L’atto di nascita di Bonfiglio lo conferma alla lettera: «Truzzi Ferdinando di Giuseppe, DI ANNI DICIOTTO, ginnasta, domiciliato in Ghemme». Lo schedario aveva ragione. Unione non formalizzata: nessun atto di matrimonio, i figli riconosciuti uno per volta, e Carnia Antonietta è nominata come madre solo per Armando e Alfredo. Bonfiglio, che l’atto del 1902 dice nato «da una donna non maritata» senza nominarla, è tenuto a parte.
Fonte: SCH + SC
Ferdinando Carlo Truzzi
Bonfiglio è riconosciuto dal solo padre, diciottenne, che lo dichiara nato «da una donna non maritata non parente né affine con lui nei gradi che ostano al riconoscimento». La madre resta senza nome: potrebbe essere Carnia Antonietta come un’altra donna.
Fonte: SC: atto di nascita San Dona’ di Piave 1902, n. 457
Alfredo Truzzi × Gaetana Tonoli
IL PRIMO MATRIMONIO CELEBRATO NEL CAMPO, e per anni sfuggito a ogni ricostruzione: tre mesi prima delle due nozze del 30 giugno 1941 con cui si è sempre aperto il racconto di Prignano. Celebrato il 22 marzo 1941 a mezzogiorno nella chiesa parrocchiale da DON ADOLFO MARZANI e trascritto il 2 aprile dall’ufficiale di stato civile Gino Baldelli, delegato dal Podestà. CINQUE FIGLI LEGITTIMATI in una volta, nati fra il 1930 e il 1939 in cinque comuni fra Bresciano, Modenese e Reggiano; QUATTRO DEI CINQUE portavano il cognome della madre, TONOLI, perché nati da padre non dichiarato. Le pubblicazioni furono affisse DOPO la celebrazione, dal 22 marzo al primo aprile, secondo la procedura dell’articolo 13 della legge del 1929. Entrambi gli sposi sono qualificati «di razza ariana». I TESTIMONI ERANO INTERNATI ANCHE LORO: Torre Salvatore fu Vittorio, cinquantadue anni, e Triberti Antonio fu Giuseppe, cinquanta, entrambi «domiciliati a Prignano (Concentr. Vaghi)». Gli sposi non ebbero un solo testimone da fuori del campo. E’ anche la PRIMA ATTESTAZIONE IN ORDINE DI TEMPO della formula «concentramento Vaghi»: 22 marzo 1941, sei settimane prima delle pubblicazioni del 4 maggio. IL FASCICOLO DEGLI ALLEGATI è il più completo che il fondo conservi: ventuno documenti raccolti dal Comune di Prignano fra il 4 febbraio e il 6 marzo 1941, scrivendo a Correggio, Scandiano, Sant’Agostino, Palazzolo sull’Oglio e Gambara. Tutti rilasciati IN CARTA LIBERA PER POVERTA’; sull’estratto di Sant’Agostino il riquadro del bollo da otto lire è lasciato in bianco. Le firme del Podestà di Gambara furono legalizzate dalla Pretura di Verolanuova e dalla Prefettura di Brescia. L’intera pratica fu istruita dall’ufficio comunale, non dagli sposi.
Fonte: SC: atto di matrimonio Prignano 1941, P. II serie A, n. 10, trascritto il 02/04/1941
Corrado Bianchi × Ada Truzzi
Truzzi Ada morì nel campo di Prignano il 24 febbraio 1941, alle ore quindici, in una casa del paese. Aveva trentatré anni ed era arrivata tre mesi prima. L’atto di morte la qualifica «cittadina italiana di razza ariana». A denunciarla andò suo fratello Bonfiglio, che alla domanda sulla professione rispose «ZINGARO»: è l’unico documento del fondo in cui un internato usa quella parola per definire se stesso, e non sapeva scrivere per rileggerla.
Lasciava almeno tre figli minorenni internati con lei. Maria aveva undici anni, Carlo tredici, Castigliana quattro e mezzo. Il padre, Corrado Bianchi, non compare fra i settantanove: o non fu rastrellato, o era già morto.
I figli di questa coppia portano due cognomi diversi. Maria, Castigliana e verosimilmente Rinaldo sono Bianchi; Carlo è registrato Truzzi, col cognome della madre. Non è un’incoerenza dell’anagrafe: è il segno che la coppia non era sposata e che i riconoscimenti avvennero uno per uno, quando capitava, per il figlio che si trovava sotto mano.
Dei quattro bambini che restarono nel campo senza la madre non sappiamo altro.
La madre MUORE NEL CAMPO il 24/02/1941 lasciando i figli internati e orfani. Il padre non compare fra i 79. Uno dei figli, Carlo, è registrato col cognome materno mentre gli altri portano quello paterno: la coppia non era sposata e i riconoscimenti avvennero uno per uno. Rinaldo (1925) è attribuito alla coppia per esclusione.
Fonte: SCH
Gino Truzzi × Maria Marsi
Il primo aprile 1940, alle undici e mezza di sera, a Carpi, Truzzi Gino fu Giuseppe viene ucciso con un’arma da fuoco. Ha trentasette anni. Due giorni dopo il Regio Ufficio di Pubblica Sicurezza ne dà comunicazione allo stato civile con una formula che vale da sola un capitolo di storia dell’amministrazione italiana: «lo zingaro in oggetto generalizzato».
Non sappiamo chi lo abbia ucciso né perché. Sappiamo che sette mesi più tardi la vedova, Maria Marsi, e i tre figli — Genoveffa di diciassette anni, Sergio di quindici, Graziano di otto — furono rastrellati e internati a Prignano.
Arrivarono nel campo che erano già stati colpiti una volta. È l’unico nucleo dei settantanove che vi entra portandosi dietro un lutto violento avvenuto prima e fuori dal campo, e la sua presenza rende visibile una cosa che la documentazione del 1940-1943 tende a nascondere: il rastrellamento non aprì la persecuzione, la formalizzò.
Il padre viene ucciso a colpi d’arma da fuoco a Carpi l’1 aprile 1940; sette mesi dopo la vedova e i tre figli sono rastrellati e internati a Prignano. Un nucleo che arriva nel campo già colpito.
Fonte: SCH + SC
Nuclei senza legami accertati
Gruppi presenti nel campo che nessun documento collega agli altri. Due degli internati non compaiono in nessuna di queste schede perche’ nessun documento li lega a nessuno: MINA RISTA (scheda 45), ramaio di Agnone, l’unico dei settantanove con un mestiere e una provenienza estranei alla rete dei sinti emiliani; e TRIBERTI FIORAVANTE (scheda 57), che lo schedario dice figlio di Antonio e Marietta ma che nessun atto conferma. Si trovano entrambi nell’albero navigabile, cercandoli per nome.
Ferdinando Luigi Suffer × Irene Berolo
L’11 novembre 1893, alle quattro del mattino, a Piove di Sacco, nasce una bambina cui viene imposto il nome di MARIA VITTORIA. Il padre, Suffer Ferdinando Luigi, venticinque anni, dichiara la professione di «DRAMMATICO» — attore di compagnia teatrale girovaga — e il domicilio a SEDICO, nel Bellunese. La madre, Berolo Irene, è «drammatica» anche lei. Lui non firma: analfabeta. L’ufficiale lo dispensò dal presentare la neonata «per la stagione fredda».
Quarantasette anni dopo, quella bambina è internata a Prignano sulla Secchia. Lo schedario del campo la chiama «Suffer DINA» nella sua scheda, e «Suffer UGOLINA» in quella del figlio Dino. Nessuno dei due è il suo nome: sono nomi d’uso, raccolti a voce da chi compilava la lista. E il cognome della madre, che lo schedario scrive «Berali», nell’atto è BEROLO.
Vale la pena fermarsi su che tipo di famiglia fosse questa. Non giostrai, non circensi: attori di prosa che giravano i paesi. Nel 1940 lo Stato non fece distinzioni — «girovaghi» era una categoria sola — e li mise nello stesso campo degli acrobati francesi e dei funamboli emiliani.
Suffer Ferdinando Luigi e Berolo Irene, entrambi «drammatici», cioè attori di compagnia girovaga, domiciliati a Sedico nel Bellunese e in tournee nel Padovano quando nasce la figlia.
Fonte: SC: atto di nascita Piove di Sacco 1893, n. 363
Ernesto Franchi × Maria Vittoria (detta DINA, e UGOLINA) Suffer
Lo schedario dice Cosetta figlia di «Ernesto e Suffer Dina» e Dino figlio di «Ernesto e Suffer Ugolina»: quasi certamente la stessa coppia, con il nome della madre storpiato in una delle due schede. Il padre non risulta internato.
Fonte: SCH
Cosetta Franchi
Macallè è registrato come figlio della sola madre, diciottenne.
Fonte: SCH
Ersilia Colombo
Fonte: SCH
Eleonora Colombo
Nello è «di Eleonora»: verosimilmente questa Eleonora, che avrebbe avuto diciassette anni.
Fonte: SCH
Angela Colombo
Eda e Giovanna sono entrambe «di Angela», senza padre: sorelle. La madre non è fra i 79.
Fonte: SCH
Ai margini del campo
Nuclei documentati che non furono internati a Prignano ma toccano la stessa rete: una bambina morta a diciotto giorni due anni prima del rastrellamento, e un matrimonio fra girovaghi celebrato quattordici mesi prima della circolare che li avrebbe internati.
Marsilia De Barre
Il 5 novembre 1938 il Comune di Mirandola risponde al Podestà di Carpi con nove righe battute a macchina: «Debarre Fedora della Marsilia e di padre ignoto è nata a Mirandola il 15.10.1938. La madre è girovaga senza fissa dimora, nata a Rimini dove disse di avere il domicilio.»
Fedora era morta diciotto giorni dopo la nascita, il 2 novembre, all’ospedale «B. Ramazzini» di Carpi. Il medico scrisse: «Prematuranza. Broncopolmonite.» Sul modulo di denuncia la parola «anni» è battuta a macchina e poi soprascritta a penna con «giorni», e il domicilio «Mirandola» è cancellato e sostituito con «Rimini»: due correzioni che misurano l’imbarazzo di un ufficio davanti a una madre che non stava da nessuna parte.
Nata in un comune e morta in un altro nel giro di diciotto giorni, due anni prima del rastrellamento. Chi fosse esattamente sua madre resta da stabilire: la Marsiglia Flora De Barre internata a Prignano aveva partorito Graziella sei mesi prima, e due parti a centonovantun giorni di distanza non sono possibili.
Nucleo documentato da un solo fascicolo: una De Barre Marsilia, girovaga senza fissa dimora, partorisce a Mirandola una bambina di padre ignoto che muore diciotto giorni dopo nell’ospedale di Carpi. Nessun altro documento lo collega al resto della rete.
Fonte: SC: allegati agli atti di morte, Carpi 1938, fasc. n. 15; atto di morte Carpi 1938, P. II serie B, n. 152
Ruggero Lucchesi × Palmira Suffer
Fonte: SC: certificato di eseguita pubblicazione, Argelato 20/08/1939
Marcello Lazzari × Susanna (al battesimo NERINA) Lucchesi
Il 5 agosto 1939, nella parrocchia di San Michele Arcangelo di Argelato, Marcello Lazzari sposa Susanna Lucchesi. Il matrimonio fu celebrato in chiesa senza pubblicazioni né dispensa, e regolarizzato solo dopo, con la procedura dell’articolo 13 della legge 27 maggio 1929: l’avviso restò affisso dal 9 al 19 agosto senza opposizioni, e il 20 il Comune certificò che nulla ostava alla trascrizione.
Entrambi gli sposi sono qualificati «di condizione girovago» e «senza fissa dimora». Quindici mesi dopo, quella stessa formula sarebbe stata il titolo per rastrellarli.
Il certificato registra anche due scarti fra il nome civile e quello di battesimo, che in queste famiglie sono la regola: lei all’anagrafe è Susanna e al battesimo NERINA; il padre di lui è Riziero all’anagrafe e RIZIERI al battesimo. E la madre dello sposo compare solo nel registro parrocchiale: allo stato civile Marcello risulta figlio di padre noto e madre ignota.
Questo atto non riguarda nessuno dei settantanove, ma tocca la rete in due punti. Il padre della sposa si chiama Ruggero LUCCHESI, e sua madre SUFFER Palmira: due cognomi che a Prignano stanno agli estremi opposti della rete parentale — Fioravante Lucchesi fra i Torre-Truzzi, Maria Vittoria Suffer nel nucleo più isolato del campo. Se Palmira è parente di Maria Vittoria, quell’isola si salda al resto.
MATRIMONIO CELEBRATO IN CHIESA SENZA PUBBLICAZIONI NE’ DISPENSA e regolarizzato solo dopo, con la procedura dell’articolo 13 della legge 27 maggio 1929 n. 847: l’avviso restò affisso ad Argelato dal 9 al 19 agosto senza opposizioni, e il 20 agosto il Comune certifico’ che nulla ostava alla trascrizione. Entrambi gli sposi sono qualificati «di condizione girovago/girovaga, senza fissa dimora»: quindici mesi dopo, la stessa formula fara’ da titolo per il rastrellamento. Lei minorenne, lui maggiorenne. Un anno prima delle leggi che li avrebbero internati, lo Stato li trattava ancora come cittadini da mettere in regola.
Fonte: SC: certificato di eseguita pubblicazione di avviso di matrimonio, Argelato 20/08/1939, e avviso del Comune di Budrio 09/08/1939