Ricerca d’archivio · Sinti in Emilia · 1940-1943
Il campo di concentramento per «zingari» di Prignano sulla Secchia
Ricostruzione documentaria di un internamento rimasto invisibile per sessant’anni. È l’approfondimento storico e genealogico delle ricerche condotte da Paola Trevisan e dai sinti reggiani dell’associazione Them Romanò — Vladimiro Torre, Catia Truzzi, Walter Relandini — che nei primi anni Duemila riportarono alla luce lo schedario dei settantanove e ne fecero, per primi, una storia.
Avvertenza
Questa pagina pubblica i nomi di persone perseguitate dal regime fascista in quanto «zingari». La pubblicazione ha finalità storica, documentaria e commemorativa: restituire un nome e una storia a chi fu internato proprio perché gli era stata negata l’appartenenza alla comunità nazionale.
I dati provengono da fonti già pubblicate (la lista dei 79 internati edita da Paola Trevisan nel 2003 e nel 2010) e da atti di stato civile consultati e riprodotti nel corso di questa ricerca. Nessun dato sensibile diverso da quelli anagrafici viene diffuso.
Chi si riconosca fra i discendenti delle persone qui nominate può chiedere in qualunque momento una rettifica, un’integrazione o la rimozione di un dato, scrivendo all’indirizzo di contatto del sito. Le correzioni documentate sono benvenute: questa pagina è un cantiere aperto, non un punto d’arrivo.
Sul lessico: le parole «zingaro» e «girovago» compaiono qui solo fra virgolette, perché sono le parole dei documenti. Le persone di cui si parla sono sinti, e in gran parte sinti emiliani.
Parte prima. Che cosa è stato Prignano
Una circolare, undici settembre 1940
L’11 settembre 1940 il capo della polizia Arturo Bocchini firma la circolare n. 63442/10 e la manda ai prefetti di tutte le province del Regno. Il testo è breve e amministrativo, e per questo agghiacciante: fermo restando quanto già disposto per l’espulsione degli «zingari stranieri», si dispone che «quelli di nazionalità italiana certa o presunta ancora in circolazione vengano rastrellati nel più breve tempo possibile e concentrati sotto rigorosa sorveglianza in località meglio adatte in ciascuna provincia».
È il passaggio decisivo. Fino a quel momento la macchina repressiva fascista aveva colpito gli «zingari» stranieri, respingendoli alla frontiera: lo dicevano già le circolari del 19 febbraio e dell’8 agosto 1926, che ordinavano di ricacciare indietro «zingari, saltimbanchi e somiglianti» anche quando fossero muniti di regolare passaporto. Dal settembre 1940 la distinzione fra stranieri e italiani cade. Ciò che rende internabile una persona non è più la sua cittadinanza: è il fatto di essere «zingaro».
Le leggi razziali del 1938 non nominavano i rom e i sinti. Ma nelle riviste del regime la costruzione era già avvenuta: Renato Semizzi, docente di medicina sociale a Trieste e firmatario del Manifesto della razza, scriveva nel 1939 che gli zingari avevano subito «mutazioni regressive razziali» ereditarie tali da «compromettere seriamente le discendenze»; Guido Landra, l’antropologo che Mussolini aveva incaricato di redigere il Manifesto, sosteneva nel 1940 sulla Difesa della razza che «gli zingari appartengono quasi sempre alla razza orientale e i loro meticci sono individui asociali tanto più pericolosi in quanto difficilmente distinguibili dagli europei», e auspicava esplicitamente che anche in Italia si procedesse, come in Germania, «al concentramento di tutti gli zingari in una località particolare». Otto mesi dopo, la circolare di Bocchini.
Novembre 1940: l’arresto a Modena
Le famiglie sinte che ogni autunno si fermavano a Modena per la sosta invernale, finita la stagione delle fiere, furono arrestate mentre dormivano nelle carovane. Il racconto è di Giacomo De Bar, detto Gnugo, che di quella notte sa quello che gli hanno raccontato i genitori, perché lui nascerà nel campo poche settimane dopo:
«Era autunno e la mia famiglia s’era appena fermata al Bacino di Modena per fare la sosta dopo la stagione delle fiere. Un mattino che piovigginava, molto presto hanno sentito bussare alle carovane, si sono svegliati e hanno visto le carovane circondate da militari, carabinieri, questura. Piantonarono tutto il giorno e la notte intera, prendendo il nome e il cognome a tutti, poi il mattino seguente condussero tutti quanti nel campo di concentramento di Prignano e ci portarono via tutti i muli e i cavalli che avevamo.»
La data è l’11 o il 18 novembre 1940 — le due voci enciclopediche scritte da Paola Trevisan, per lo United States Holocaust Memorial Museum e per l’Enciclopedia di Heidelberg, ne danno una ciascuna. Prignano sulla Secchia è un comune dell’Appennino modenese, trenta chilometri a sud-ovest del capoluogo, incastonato fra il fiume Secchia e il torrente Rossenna, con frazioni lontane fra loro e strade che d’inverno franano. Il Prefetto di Modena lo sceglie per questo: è isolato, difficile da raggiungere e difficile da lasciare.
Il campo
Non ci sono baracche, o quasi. Le carovane vengono portate sul campo sportivo comunale — lo stesso terreno dove più tardi sarà costruito il Municipio — e recintate con pali e filo spinato. Chi non ha una carovana viene alloggiato in una casa del paese, Ca’ Iantella, che il Comune affitta da Giuseppe e Angela Fantini: al piano terra una stalla adibita a dormitorio, sopra la cucina. Diverse decine di persone in due stanze e una stalla, secondo il ricordo della centenaria prignanese Sista Ternelli Macchioni.
«A Prignano c’era il filo spinato e qualche baracca, poche perché noi avevamo le nostre carovane. Tutto era controllato da carabinieri e militari che nei primi giorni non ci facevano mai uscire. Le guardie, due volte al giorno, facevano l’appello e il contro appello. C’erano dei turni di un’ora e mezza in cui le donne potevano andare al paese a fare la spesa.»
I carabinieri della caserma di Prignano controllano ogni sera il campo sportivo e le stalle per accertarsi che nessuno sia fuggito. Di giorno gli internati possono circolare in paese; per uscire dal territorio comunale, o per lavorare altrove, serve un permesso scritto della pubblica sicurezza.
Il sussidio, la fame, i bambini
Al capofamiglia spettano 5,50 lire al giorno, più una lira per ogni altro componente. Chi non ha carovana riceve altre 50 lire al mese per l’affitto della stalla. Con quelle cifre bisogna comprare cibo, vestiti, medicine e legna. In una famiglia numerosa — e quasi tutte lo erano — la lira per componente non basta neppure a mangiare.
Il documento che più di ogni altro dice che cosa fosse Prignano è una lettera del Podestà, datata 6 dicembre 1940, indirizzata alla Federazione Provinciale dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia:
«Informo codesta Su. Federazione Provinciale che tra gli zingari internati in questo Capoluogo, vi è un neonato di tre giorni completamente nudo, che necessita oltre della culla, anche degli indumenti più indispensabile, come pure altri quattro con un anno di età circa. Vi sono pure altri undici ragazzi dai tre ai cinque anni che necessitano di zoccoletti e vestiamenta, date le modeste proporzioni di questo abitato non è possibile con le risorse del luogo venire incontro a questi derelitti. Vi prego provvedere sollecitamente, dato i rigori della stagione, e per dare prova tangibile di assistenza.»
Il neonato di tre giorni è Giacomo De Barre, Gnugo, nato nel campo il 4 dicembre 1940. Il 13 gennaio 1941 il registro riassuntivo del Ministero dell’Interno conta a Prignano 67 internati, dei quali 44 minorenni: due su tre erano bambini o ragazzi.
Il paese e gli internati
Dal dicembre 1940 tutti i Podestà del Regno devono mandare al Prefetto una relazione mensile sulle «condizioni dello spirito pubblico». Quelle di Prignano, conservate all’Archivio di Stato di Modena, sono il termometro involontario del campo. A gennaio 1941 il Podestà scrive che la popolazione «è indignata per la permanenza e la libertà concessa agli zingari internati di importunare giornalmente le famiglie dei buoni agricoltori, con richieste di vino, pane, vestimenta, con una petulanza che non ammette rifiuti». A marzo lamenta «lo sconcio di uomini validi, accovacciati nella Piazza o lungo le vie». A giugno registra «proteste e diatribe giornaliere» fra paese e internati «di acqua, di generi o di altro». A ottobre accusa gli «zingari» di bruciare pali, alberi, siepi «e perfino le croci di legno poste sulle tombe nel cimitero».
Ma nella relazione di maggio 1941, fra le righe della retorica di regime, il Podestà scrive una frase che vale come una confessione: gli internati «in pessime condizioni di nutrizione e di vestiario, sono costretti a fuggire per cercare migliori condizioni di vita». È l’amministratore stesso a mettere per iscritto che l’internamento non era in grado di mantenere in vita chi vi era rinchiuso.
Il paradosso più eloquente è nella disputa sulla recinzione. Il 21 maggio 1941 Gino Baldelli, proprietario dei terreni confinanti, protesta perché gli internati hanno divelto i pali «per farne fuoco per le cucine» e utilizzato il filo spinato «per usi diversi». Il Comune sostiene che le spese spettino alla Prefettura; la Prefettura risponde che non spettano a lei. La controversia si trascina per mesi mentre chi sta dentro brucia il legno della recinzione che dovrebbe rinchiuderlo, per cucinare.
Tre morti
Le morti di internati finora documentate sono tre. Due stanno nei registri di stato civile di Prignano, e sono la prova più diretta di che cosa significasse quel campo. La terza sta nei registri di un altro comune, ed è la ragione per cui nessun conteggio dell’internamento l’aveva mai vista.
Il 24 febbraio 1941, alle ore quindici, muore Truzzi Ada, trentatré anni, vedova di Bianchi Corrado, madre di almeno tre bambini internati con lei. L’atto n. 14 la registra come «cittadina italiana di razza ariana», di professione «zingara», residente in «senza residenza», figlia di Ferdinando, anch’egli «zingaro». A dichiararne la morte va il fratello, Truzzi Bonfiglio, che dichiara la stessa professione e non sottoscrive l’atto «perché analfabeta». È l’unico documento dell’intero fondo in cui la parola «zingaro» sia usata come qualifica professionale di una persona.
Il 18 settembre 1941, a mezzogiorno, in una casa di viale Guglielmo Marconi, muore Walter Salvatore Argan. Era nato a Prignano il 14 luglio precedente: aveva due mesi. L’atto n. 55 lo registra come «cittadino italiano di razza ariana», figlio di Luigi, ginnasta, e di Triberti Armandina, ginnasta. A denunciarne la morte va Triberti Antonio, cinquant’anni, ginnasta; fa da testimone Salvatore Torre, cinquantadue anni, ginnasta — lo stesso uomo che nove mesi dopo si sposerà nel campo legittimando nove figli. Lo stesso giorno, poche ore più tardi, muore anche don Adolfo Marzani, il parroco che aveva celebrato i due matrimoni di giugno.
La terza è la prima in ordine di tempo, e sta nei registri di un altro comune. All’una e quarantacinque del 1° dicembre 1940 — tre settimane dopo l’arrivo del gruppo a Prignano — muore nel Policlinico di Modena Truzzi Alfredo, di dieci anni, nato ad Argellato. L’atto n. 517 lo registra «di razza ariana». Fu formato d’ufficio sulla denuncia della direzione dell’ospedale: nessun familiare comparve. Nella casella stampata del padre l’impiegato scrisse «Truzzi Eva Marsiglia» e in quella della madre «ignoto», invertendo le due caselle: il bambino era figlio di Eva Marsiglia Truzzi, ed è il decimo. Diciotto mesi più tardi, quando sua madre si sposerà dentro il campo legittimando i figli, i figli saranno nove.
Morì in un ospedale di Modena e non a Prignano, e per questo la sua morte non compare in nessun conteggio dell’internamento: né nelle relazioni del Podestà, né nello schedario dei settantanove. Paola Trevisan, nel 2010, segnalava nell’archivio comunale «tre nascite e una morte». Le morti documentate sono tre, e la prima è di un bambino che nessuna lista ha mai contato.
Quanti erano
Questa è la domanda a cui non esiste una risposta unica, e conviene dirlo subito perché è il punto in cui la ricerca genealogica rischia di sbagliare.
- 67 persone, di cui 44 minorenni — registro riassuntivo del Ministero dell’Interno, 13 gennaio 1941.
- «n. 90 circa» — delibera del Podestà Artemio Casali dell’8 febbraio 1941 e relazione al Prefetto del 13 febbraio 1941.
- 25 «vaganti» — estratto dal registro delle deliberazioni del Podestà, 31 luglio 1942.
- 79 schede — lo schedario dell’archivio comunale, privo di data.
I 79 non sono la popolazione del campo in un dato momento: sono l’insieme delle schede anagrafiche che qualcuno, in un momento imprecisato, compilò a mano per gli «zingari» presenti a Prignano. E, come si vedrà, non le comprende tutte.
La fine, e l’orto di guerra
Dalla primavera del 1942 il numero degli internati crolla. Alcuni fuggono, altri ottengono di andarsene, altri ancora vengono ripresi e riportati indietro: Eva Marsiglia Truzzi, scappata con marito, figli e una nipote, viene arrestata a Piacenza nel luglio 1943 e ricondotta a Prignano; sei giorni dopo, il 30 luglio, fugge di nuovo, e la polizia la cercherà fino a dicembre.
Il 17 aprile 1943 il nuovo Podestà Tonino Mediani firma una delibera che chiude la vicenda con una frase burocratica di rara crudeltà. Oggetto: «Campo sportivo del littorio. Messa a coltura per: orto di guerra». Considerato che secondo le disposizioni del Duce nessuna zolla di terreno deve rimanere incolta, e «ritenuto che, in questo capoluogo, liberata l’area del campo sportivo del Littorio dalle ultime carovane degli zingari internati, era doveroso mettere a coltura l’area di circa metri quadrati 5000», si procede all’aratura e alla semina del frumento.
Il terreno su cui decine di famiglie avevano vissuto per oltre due anni, bruciando la palizzata per scaldarsi, torna a produrre per il Duce. Della struttura del campo non rimane traccia. Per più di sessant’anni nessuno ne parlerà, e proprio in quelle valli dell’Appennino modenese la lotta partigiana avrà uno dei suoi fulcri.
Dopo: i Leoni di Breda Solini
Gli uomini usciti da Prignano non tornarono soltanto alle fiere. Nel settembre 1943, dopo l’armistizio, una dozzina di loro — famiglie De Bar, Truzzi, Triberti — costituì nel Mantovano, fra Breda Solini e Rivarolo del Re, una formazione partigiana composta di soli sinti, «I Leoni di Breda Solini». Fra loro Armando De Barre, detto «Ciao», nato a Narni nel 1918, internato a Prignano con Albertina Innocenti e la loro bambina: il secondo figlio, Giacomo detto Gnugo, nacque dentro il campo, e i due si sposarono a Castelvecchio quattordici mesi dopo il rastrellamento. Di giorno si esibivano sulle piazze coi loro spettacoli, di notte facevano sabotaggi e trafugavano armi dai depositi militari. Si guadagnarono il soprannome disarmando e catturando una pattuglia tedesca.
«Erano entrati nel cuore della gente come eroi, anche per il fatto che usavano la violenza il minimo necessario, perché fra noi sinti non è mai esistita la volontà della guerra, l’istinto di uccidere un uomo solo perché è un nemico. Questo lo sapeva anche un fascista di Breda Solini, che durante la Liberazione si era barricato in casa con un arsenale di armi minacciando di far fuoco su chiunque si avvicinasse o di uccidersi facendo saltare tutta la casa. “Io mi arrendo solo ai Leoni di Breda Solini”, disse. Così andarono i miei, ai quali si arrese.» Giacomo «Gnugo» De Bar, nato nel campo di Prignano il 4 dicembre 1940
Fioravante Lucchesi, internato a Prignano da ragazzo insieme ai nonni materni Salvatore Torre ed Eva Marsiglia Truzzi, entrò il 15 giugno 1944 nella Brigata «Adelchi Corsini» della Divisione «Modena Armando». Combatté a Rocchetta l’11 agosto e a Ranocchio il 7 settembre 1944, partecipò alle azioni di sabotaggio a Montespecchio, si ammalò di tifo e fu curato dai monaci di un monastero appenninico. Restò nella Resistenza fino al 16 novembre 1944. Dopo la guerra si stabilì a Reggio Emilia, sposò Lucia Santa Pozzi, ebbe otto figli, si iscrisse all’ANPI e al Partito Comunista. Due dei suoi figli raccontano che di notte si svegliava e li cacciava fuori dalla roulotte gridando che tutto andava a fuoco e che sentiva gli spari avvicinarsi. Ripeteva: «Iniziare una guerra è facile, ma finirla è difficile». Morì il 18 aprile 1996.
La memoria
Il 10 aprile 2010 Prignano sulla Secchia è stato il primo comune italiano ad apporre una targa commemorativa con i nomi dei rom e dei sinti internati, nel luogo stesso dove sorse il campo. È stata l’ultima tappa di un percorso partito dal basso: un gruppo di sinti reggiani, alla fine di un corso di alfabetizzazione, decise di raccogliere le proprie storie di vita e di cercare riscontri d’archivio sull’imprigionamento dei genitori e dei nonni. Furono i membri dell’associazione Them Romanò — Vladimiro Torre, Catia Truzzi, Walter Relandini — a recarsi in Comune, a presentare le domande e a farsi aprire il cassetto dell’ufficio anagrafe in cui, dopo l’elenco degli sfollati, stavano le settantanove schede.
Parte seconda. Le fonti, e come leggerle
Perché questa ricerca è difficile
La genealogia italiana ha un metodo collaudato, e funziona perché poggia su un’ipotesi: che una famiglia stia ferma. Si parte da un comune, si risale il registro delle nascite, si passa alle pubblicazioni e ai matrimoni dello stesso comune, si scende ai fratelli, e in tre generazioni si è ricostruito un albero senza uscire dallo stesso armadio d’archivio. Su queste famiglie quel metodo non funziona, e non perché sia più faticoso: perché le premesse su cui poggia sono false una per una.
Non esiste un comune di origine. Théodore Marius Debarre e Marie Godron ebbero dieci figli fra il 1876 e il 1894, e nacquero ad Angers, a Charmes in Ardèche, a La Verpillière, a Champs-sur-Tarentaine nel Cantal, a Milano, a Jesi, a Treviglio, a Bra: otto luoghi, due paesi, mille chilometri fra il primo e l’ultimo. Non c’è un registro in cui cercarli tutti. Ogni figlio è nato dove la compagnia passava quella settimana, e per trovarne uno bisognerebbe già sapere dov’era la compagnia — che è precisamente l’informazione che si sta cercando.
Il cognome non identifica. Lo stesso uomo compare come Debarre, De Barre, De Bar, D’Ebar; lo stesso ceppo come Triberti e Tiberti, Bonora e Bunora. E soprattutto, per il meccanismo spiegato più sotto, il cognome legale di un bambino è spesso quello della madre o uno imposto dall’ufficiale: cercare «Torre» non trova i figli di Salvatore Torre, che negli atti di nascita sono registrati Truzzi — e una, nata a Scandiano nel 1919, porta il cognome Fierini, che un ufficiale di stato civile le assegnò d’ufficio perché figlia di ignoti. Una ricerca per cognome restituisce insieme troppo e troppo poco.
Il nome non è quello che la famiglia usava. Vergilio è «Dante» nello schedario; Luigi Oreste è Luigi in una lista e Oreste in un atto, e per settant’anni sono sembrati due fratelli nati lo stesso anno; Maria Vittoria è Dina, e altrove Ugolina; Paolo Ristodemo è Paolino; Fiorenzo è Fioravante. Chi cerca l’uno non trova l’altro.
Le date si muovono. In una popolazione in larga parte analfabeta l’età dichiarata all’ufficiale è una stima, e scivola: Théodore Marius Debarre, nato il 28 aprile 1852, dichiara ventisei anni nel febbraio 1881, quando ne aveva ventotto, e trentuno nel luglio 1884, quando ne aveva trentadue. Inoltre ogni atto contiene due date — quella della nascita e quella della denuncia — che qui divergono spesso di giorni, perché il dichiarante doveva prima raggiungere un municipio.
I luoghi sono scritti a orecchio. Lo schedario di Prignano scrive Lovico per Sovico, Camara per Cameri, Lorano per Lurano, Fresso per Fiesse: nomi pronunciati da persone che non li sapevano scrivere e trascritti da persone che non li avevano mai sentiti. Ogni errore di questo tipo cancella un comune dalla mappa della ricerca.
Manca l’atto che tiene insieme tutto. Il documento cardine della genealogia è l’atto di matrimonio, perché nomina i genitori di entrambi gli sposi e chiude due generazioni in un colpo solo. Qui il matrimonio civile spesso non c’è, o arriva vent’anni dopo il primo figlio. Nel punto esatto in cui la ricostruzione dovrebbe agganciarsi, non c’è nulla a cui agganciarsi.
La conseguenza pratica è che in questo campo un’identificazione non nasce quasi mai da un documento decisivo, ma dalla convergenza di indizi deboli: un’età che torna, un mestiere che coincide, un domicilio francese ripetuto in atti lontani, un testimone che ricompare a vent’anni di distanza. È un lavoro di prova indiziaria più che di lettura di registri, e conviene dirlo apertamente, perché il rischio opposto — dichiarare accertato ciò che è soltanto probabile — è il modo più rapido di rendere inutile una ricostruzione. Per questo qui ogni legame porta scritto il proprio grado: accertato, probabile, ipotetico. Sono tre cose diverse e non vanno mescolate.
Due circostanze rendono comunque il lavoro possibile. La prima sono gli indici digitali: il Portale Antenati e FamilySearch permettono oggi di cercare un nome su intere province senza sapere in quale comune cercarlo, e gli archivi dipartimentali francesi hanno messo in rete le tavole decennali che consentono la stessa cosa oltralpe. È esattamente ciò che il metodo classico non poteva fare — trovare una persona senza conoscerne il luogo — ed è la ragione tecnica per cui questa ricostruzione è possibile oggi e non lo era vent’anni fa. La seconda circostanza è il campo stesso, ed è il paradosso su cui questa pagina continua a tornare: l’internamento produsse i documenti che oggi permettono di ricostruire chi fossero gli internati.
Una gerarchia delle fonti
Chi cerca un antenato fra questi nomi deve tenere presente che le fonti non hanno tutte lo stesso peso. In ordine decrescente di affidabilità:
- Gli atti di stato civile (nascita, matrimonio, morte) e i loro allegati — i «processetti matrimoniali». Sono documenti pubblici, datati, firmati, con testimoni. Distinguono sempre data di nascita e data di denuncia: sono due cose diverse, e confonderle è il primo errore genealogico.
- I documenti prefettizi e di polizia (Archivio di Stato di Modena, Archivio Centrale dello Stato). Datati e firmati, ma raramente nominativi.
- Lo schedario comunale dei 79. Nominativo e ricchissimo, ma senza data, senza timbri, senza firme, e con l’autorità compilatrice ignota.
- Le fonti orali e memorialistiche (Gnugo De Bar, Walter Relandini, Catia Truzzi, i ricordi degli anziani prignanesi). Insostituibili per capire, inaffidabili per datare.
- La pubblicistica divulgativa. Va usata con cautela: articoli anche recenti collocano l’arrivo a Prignano nel settembre 1940 e la fuga nel settembre 1943, mentre le carte d’archivio dicono novembre 1940 e primavera 1943.
Che cos’è davvero lo schedario dei 79
È un mazzo di schede compilate a mano, conservate in un cassetto dell’ufficio anagrafe di Prignano, ordinate alfabeticamente e collocate dopo un altro elenco: quello degli sfollati presenti in paese durante la guerra. Per gli sfollati è indicato il motivo della presenza temporanea; per i sinti no. Nelle schede non compare mai la parola «zingaro» né «girovago»: talvolta, come professione, è annotato «giocoliere» o «ginnasta».
Non sono documenti ufficiali: nessun timbro, nessuna firma, nessuna data, nessuna indicazione di chi le abbia compilate né perché. Questo ha tre conseguenze pratiche per chi fa ricerca:
- Non sono una fotografia del campo in un dato momento. Le cifre ufficiali (67 nel gennaio 1941, un centinaio scarso nel febbraio 1941, 25 nell’estate 1942) non coincidono con 79.
- Non sono complete. Gli atti di matrimonio celebrati dentro il campo nominano tre persone residenti a Prignano che nello schedario non ci sono: Giovanni Battista De Bar, Flaminio Villani e Ada Maria Truzzi. Sono nel database qui sotto, col filtro «Non presenti nello schedario». Un quarto nome, «Oreste De Barre», sembrava mancare e invece c’è: è la scheda 22, registrata col primo nome, Luigi.
- Contengono errori. Le due edizioni a stampa della lista (2003 e 2010) divergono fra loro in cinque casi, e gli atti di stato civile ne correggono altri 15 e ne completano 3. Le correzioni documentate sono segnalate una per una nelle schede.
Perché i cognomi cambiano: la chiave di tutta la ricerca
È il punto che più fa impazzire chi ricostruisce queste famiglie, e ha una spiegazione precisa.
Le famiglie sinte itineranti, prive di residenza stabile, non avevano di fatto accesso al matrimonio civile: le pubblicazioni richiedevano otto giorni di affissione alla porta della casa comunale di residenza, e una carovana non risiede da nessuna parte. Le coppie convivevano dunque stabilmente per decenni senza essere sposate, e i figli nascevano naturali. Alla nascita venivano registrati in uno di questi modi:
- Riconosciuti dal solo padre: prendono il cognome paterno, la madre risulta «donna non maritata» non nominata. Così Tosca Relandini (Mirandola 1930), Marcella e Anna Maria De Barre.
- Riconosciuti dalla sola madre: prendono il cognome materno, il padre è «N.N.». Così i figli registrati come Esposti Vincenzo, Giuseppe e Maurizio, che erano figli di Mario De Barre; così Ernesto, Irma, Lorenzina e Silvana Truzzi, figli di Salvatore Torre.
- Figli di ignoti, con cognome imposto d’ufficio: nati in ospedale da madre che «non consente di essere nominata». Cesarino Relandini fu registrato a Scandiano come FRANCHINI; Adelina, figlia di Eva Marsiglia Truzzi, fu registrata come FIERINI e affidata al brefotrofio di Reggio Emilia, per essere riconosciuta dalla madre solo dodici anni dopo, con atto notarile del 10 agosto 1931.
Regola operativa: in queste famiglie il cognome anagrafico di un bambino non dice chi fosse suo padre. Dice soltanto quale dei due genitori era andato allo sportello.
Non settantanove estranei
Applicata a tutte le schede, quella regola produce il risultato più netto di questa ricerca. Lo schedario elenca sedici cognomi diversi e dà l’impressione di una folla raccolta a caso: gente rastrellata la stessa notte nello stesso piazzale e finita nello stesso recinto. Non è così.
Sessantasette dei settantanove appartengono a un’unica rete di parentela. Non sono famiglie vicine di carovana: sono cugini, cognati, suoceri, nipoti. Il ramo francese dei Debarre si salda ai Triberti con il matrimonio di Agliano d’Asti del 1924, e ai Truzzi con l’unione mai formalizzata di Giovanni Battista De Bar e Ida Truzzi. I Truzzi si saldano ai Torre con Eva Marsiglia, ai Bianchi con Ada, ai Tonoli con Alfredo, ai Marsi con Gino. Gli Argan entrano sposando una Triberti, i Relandini sposando una De Barre, gli Esposti e gli Innocenti sposando due figli di Giovanni Battista. Cinque di questi legami furono formalizzati dentro l’internamento: la rete non si limita a preesistere al campo, nel campo si stringe ulteriormente.
Restano fuori dodici persone: il nucleo Suffer-Franchi, i due gruppi Colombo, Fioravante Lucchesi, Davide Bonora, e due sole schede che nessun documento lega a nessuno — Mina Rista, ramaio di Agnone, l’unico dei settantanove con un mestiere e una provenienza estranei al giro emiliano, e Triberti Fioravante, che lo schedario dice figlio di Antonio e Marietta senza che alcun atto lo confermi.
Questo cambia il senso della lista. I settantanove non sono un campione della popolazione sinta dell’Emilia: sono una parentela, colta nel momento in cui si era fermata a svernare insieme a Modena, come faceva ogni anno. Il rastrellamento del novembre 1940 non colpì degli individui e nemmeno delle famiglie: colpì una rete di famiglie imparentate fra loro, e la prese quasi per intero.
Il paradosso: è il campo a rendere possibile il matrimonio
E qui accade il fatto più singolare di tutta questa storia. L’internamento — che immobilizza per la prima volta famiglie girovaghe in un luogo fisso, assegnando loro una residenza anagrafica e un certificato di povertà — rende materialmente possibile ciò che la vita di strada aveva sempre impedito: sposarsi.
Fra il marzo 1941 e il giugno 1942 nel campo di Prignano si celebrano almeno sei matrimoni, e con essi vengono legittimati 27 figli, nati fra il 1911 e il 1940 in ventiquattro comuni diversi fra Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia e Lazio. Il Comune di Prignano scrive a mezza Italia per farsi mandare gli atti di nascita; le carte tornano legalizzate dalle preture di Fidenza, Vigevano, Treviglio, Lonato, Guastalla e dai tribunali di Mantova, Bologna e Torino. È, involontariamente, la mappa più precisa che possediamo degli itinerari di queste famiglie nei quarant’anni precedenti.
Il caso limite è quello di Salvatore Torre ed Eva Marsiglia Truzzi: lui cinquantadue anni, lei quarantotto, insieme almeno dal 1911. Si sposano il 18 giugno 1942 nella chiesa di Prignano e legittimano in un colpo solo nove figli, il maggiore dei quali ne ha trenta: stavano insieme da trentun anni. Lei firma con una croce, perché non sa scrivere.
Per il genealogista questi sei fascicoli sono una miniera: contengono, per ogni sposo e per ogni figlio, l’atto di nascita integrale con ora, indirizzo, professione dichiarata dei genitori, testimoni, e le annotazioni marginali. Sono la ragione per cui molte date della lista dei 79 possono oggi essere corrette.
«Di razza ariana»
C’è un dettaglio che ricorre in quasi tutti questi documenti e che vale la pena isolare. Nei moduli di pubblicazione di matrimonio del Comune di Prignano, e negli atti di morte, la casella «di razza» risulta compilata, per gli internati sinti, con la parola «ariana».
Non è un’ironia della storia: è il funzionamento reale dell’apparato. Ma per capirlo conviene fare un passo indietro e guardare che cosa stava succedendo, negli stessi anni, dall’altra parte delle Alpi.
La dottrina razziale nazista aveva sui rom un problema teorico serio, e se l’era creato da sola. L’origine indiana della lingua e delle popolazioni romanì era stata stabilita dalla filologia europea fra Settecento e Ottocento, molto prima del nazismo; e poiché nel lessico del regime la parola «ariano» discendeva proprio dalla categoria linguistica indoeuropea, i rom risultavano, alla lettera, di ascendenza ariana. Perseguitare come razza inferiore un gruppo che la propria teoria collocava alla radice della razza superiore era una contraddizione che i teorici del Reich dovettero sciogliere.
La sciolsero per via burocratica. Nel 1938 Heinrich Himmler ordinò che tutti gli «zingari» del Reich fossero schedati distinguendo fra zingari puri e di sangue misto, e l’istituto di igiene razziale diretto da Robert Ritter, creato nel 1936, applicò la classificazione con criteri tali che bastava un bisnonno per finire fra i secondi. Il peso della persecuzione si spostò così dall’origine al meticciato: non era l’ascendenza indiana a rendere pericolosi, era l’incrocio, a cui si attribuiva una criminalità ereditaria. Agli «zingari puri» Himmler continuò a riservare un interesse da collezionista di reperti, e il decreto del 16 dicembre 1942 che avviò le deportazioni ad Auschwitz prevedeva per loro esenzioni che nella pratica furono in larga misura svuotate.
In Italia non successe nulla di simile, e la differenza è importante. Le leggi razziali del 1938 non nominavano rom e sinti. Non esisteva un istituto che li schedasse, non esisteva una dottrina del meticciato zingaro, non esisteva una casella. La modulistica anagrafica conosceva una sola alternativa — ariano o ebreo — e serviva a certificare, soprattutto ai fini matrimoniali, che una persona non fosse ebrea.
Quando dunque l’ufficiale di stato civile di Prignano scrive «di razza ariana» accanto al nome di un internato, non sta affermando una tesi: sta compilando l’unico campo che il modulo prevede. E il risultato è che lo stesso Stato che, per mano della polizia, rinchiudeva Truzzi Ada in un campo perché «zingara», per mano dell’ufficiale di stato civile la registrava, il giorno della sua morte, come «cittadina italiana di razza ariana». Flaminio Villani e Ada Maria Truzzi si sposano nel campo, il 30 giugno 1941, ed entrambi risultano di razza ariana. Il certificato di nascita che il Comune di San Lorenzo Nuovo manda a Prignano per la piccola Lorenzina la qualifica di razza ariana e di cittadinanza italiana.
La persecuzione dei sinti in Italia non passò per la biologia razziale codificata, ma per la categoria di pericolosità sociale: si veniva internati per ciò che si faceva — vagare, esercitare mestieri girovaghi — e non per ciò che una legge diceva che si era. Da qui discendono due conseguenze. La prima è che quella persecuzione non lasciò dietro di sé una traccia archivistica riconoscibile: nessun fondo si chiama «zingari», e i documenti che la raccontano sono atti di nascita, di morte e di matrimonio come tutti gli altri. È una delle ragioni per cui questo campo è rimasto invisibile così a lungo. La seconda è che i settantanove di Prignano furono internati da uno Stato che, nei suoi stessi registri, li dichiarava parte della razza dominante.
«Concentramento vaghi»
Negli atti e nelle richieste di pubblicazione del 1941 la residenza degli sposi e dei testimoni non è genericamente «Prignano»: è «Prignano (concentramento Vaghi)». La formula ricorre in sei documenti — l’atto di matrimonio del 22 marzo 1941, dove sono i due testimoni a essere «domiciliati a Prignano (Concentr. Vaghi)»; le tre richieste di pubblicazione affisse dal Comune nella primavera del 1941, a partire dal 4 maggio; i due atti di matrimonio del 30 giugno 1941 — e in un caso la parola «domiciliato» è cancellata a penna e sostituita con «residente».
Non è un toponimo: nel comune di Prignano non esiste alcuna località con questo nome. È il plurale di «vago», nel senso antico e amministrativo di errante, vagabondo — lo stesso lessico che il Podestà adopera nelle sue relazioni al Prefetto, dove gli internati sono «vaganti» e «girovaghi». Concentramento vaghi vuol dire campo dei vaganti: non un indirizzo, ma una categoria.
E la parola è di una sola mano: quella di don Adolfo Marzani, parroco di Prignano. Non compare in nessun atto del Comune, né nei documenti della parrocchia di Castelvecchio, né in quelli firmati dal curato Majoli nella stessa parrocchia. Dopo la morte di Marzani, il 18 settembre 1941, sparisce: gli atti del 1942 redatti da don Nerino Francia scrivono soltanto «Prignano». Per sei mesi, dal marzo al settembre 1941, il parroco che sposò quelle coppie scrisse nei registri, al posto di un indirizzo, ciò che quelle persone erano agli occhi dell’amministrazione: gente che vaga.
Una radice francese
Due atti di nascita indipendenti — Soragna 1904 e Desenzano del Garda 1911 — registrano il padre dichiarante, Giovanni Battista De Bar, come «acrobatico» e poi «ginnasta», domiciliato a Nîmes, dipartimento del Gard, in Francia. È il capostipite del ramo De Barre / De Bar / Debarre / D’Ebar che costituisce, insieme ai Truzzi, il nucleo della popolazione internata a Prignano. Il nome imposto a una delle figlie, Marsiglia, conferma l’origine transalpina. Nel 1941 e nel 1942 lo troviamo residente a Prignano e testimone a due matrimoni, a cinquantasette e cinquantotto anni: una delle persone che lo schedario dei 79 non registra.
Come leggere le schede
Nel database qui sotto ogni persona ha:
- i dati dello schedario nella lezione dell’edizione 2010 (paternità, maternità, data di nascita);
- la lezione dell’edizione 2003, dove diverge, e il luogo di nascita, che compare solo in quell’edizione;
- la data accertata, quando un atto di stato civile la documenta, con l’indicazione della fonte;
- le note: legami familiari, incongruenze, eventi documentati.
Le voci con data accertata diversa da quella dello schedario sono contrassegnate. Sono 15, e per chi cerca un antenato fanno la differenza fra trovare un atto e non trovarlo.
Il database
Le 79 schede dello schedario comunale, più 9 persone documentate dagli atti di stato civile ma assenti da quell’elenco. Clicca su una riga per aprire la scheda completa; clicca sulle intestazioni per ordinare.
| N. | Cognome | Nome | Data di nascita | Luogo di nascita |
|---|
I sei matrimoni del campo
Fra il marzo 1941 e il giugno 1942, dentro il campo, sei coppie regolarizzano un’unione che durava da anni o da decenni, e legittimano ventisette figli.
Truzzi Alfredo · Tonoli Gaetana
- Luogo
- Chiesa parrocchiale di Prignano
- Celebrante
- Marzani don Adolfo
- Testimoni
- Torre Salvatore fu Vittorio (52) e Triberti Antonio fu Giuseppe (50), entrambi «domiciliati a Prignano (Concentr. Vaghi)»: internati anche loro
- Figli legittimati
- 5 — Ottaviano (Dosso di Sant'Agostino, FE, 10/04/1930), Maria (Palazzolo sull'Oglio, 05/04/1932), Mafalda (Carpi, 19/11/1934), Iolanda (Correggio Emilia, 17/09/1937), Oliva (Scandiano, 22/11/1939) — quattro dei cinque registrati col cognome materno TONOLI
- Fonte
- trascrizione Prignano P. II serie A, n. 10 (02/04/1941); pubblicazioni affisse DOPO la celebrazione, dal 22 marzo al 1 aprile 1941, ex art. 13 della legge 27/05/1929 n. 847
Villani Flaminio · Truzzi Ada Maria
- Luogo
- Chiesa parrocchiale di Prignano
- Celebrante
- Marzani don Adolfo
- Testimoni
- Triberti Giacomo di Antonio (26 anni) e Zanfretta Fortunata di Pietro (25 anni), entrambi «domiciliati a Prignano (Concentramento Vaghi)»
- Figli legittimati
- 1 — Truzzi Rosa (Torino, 13/04/1937)
- Fonte
- atto parrocchiale n. 123; trascrizione Prignano P. II serie A, n. 18 (01/07/1941)
Relandini Rodolfo · De Barre Marsiglia Flora
- Luogo
- Chiesa parrocchiale di Prignano
- Celebrante
- Marzani don Adolfo
- Testimoni
- Triberti Giacomo di Antonio (26) e Zanfretta Fortunata di Pietro (25), «Concentramento Vaghi»
- Figli legittimati
- 3 — Tosca (Mirandola, 24/01/1930), Cesarino (Scandiano, 27/05/1933), Graziella (Bomporto, 07/04/1938)
- Fonte
- atto parrocchiale n. 122; pubblicazioni ecclesiastiche dispensate con rescritto vescovile del 18/03/1941
De Barre Mario · Esposti Mafalda
- Luogo
- Chiesa parrocchiale di Castelvecchio
- Celebrante
- Bottazzi don Armando
- Testimoni
- De Barre Ettore di Giovanni (21) e De Barre Oreste di Giovanni (31), domiciliati a Prignano
- Figli legittimati
- 7 — Maria (Ceneselli, 25/09/1925), Marcella (Camposanto, 12/12/1927), Enrico (Lugo, 23/12/1929), Vincenzo (Sassuolo, 26/02/1932), Giuseppe (Scandiano, 28/04/1934), Anna Maria (Formigine, 24/03/1936), Maurizio (San Felice sul Panaro, 16/06/1938)
- Fonte
- trascrizione Prignano P. II serie A, n. 41 (23/12/1941)
De Barre Armando · Innocenti Albertina
- Luogo
- Chiesa parrocchiale di Castelvecchio
- Celebrante
- Bottazzi don Armando
- Testimoni
- De Barre Giovanni di fu Mario (57) e De Barre Mario di Giovanni (37)
- Figli legittimati
- 2 — Lucia (Bologna, 02/01/1939), Giacomo detto Gnugo (Prignano, 04/12/1940)
- Fonte
- pubblicazioni 30/11 – 07/12/1941; certificato di povertà del Podestà di Prignano 05/04/1941
Torre Salvatore Domenico · Truzzi Eva Marsiglia
- Luogo
- Chiesa parrocchiale di Prignano
- Celebrante
- Francia don Nerino
- Testimoni
- De Barre Giovanni di fu Mario (58) e De Barre Ettore di Giovanni Battista (22), domiciliati a Prignano
- Figli legittimati
- 9 — Lodovico/a (Iseo, 11/07/1911), Gino (Seriate, 30/07/1916), Adelina (Scandiano, 08/06/1919), Esterina (Desenzano, 22/07/1921), Ada Maria (Guastalla, 01/05/1923), Ernesto (Bazzano, 27/05/1926), Irma Maria (Ponte San Nicolò), Lorenzina (San Lorenzo Nuovo, 03/01/1934), Silvana Linda Olga (Romagnano Sesia, 03/05/1937)
- Fonte
- atto parrocchiale prot. n. 129; pubblicazioni affisse 07-14/06/1942
Cronologia
Ricerche aperte
Questa pagina è un cantiere. Ecco che cosa resta da fare, per chi volesse contribuire.
- Il settimo matrimonio. Trevisan segnala sette atti di matrimonio nell’archivio comunale; qui ne sono documentati sei.
- Quante morti. Trevisan segnala nell’archivio comunale «tre nascite e una morte»; le morti di internati qui documentate sono tre (Truzzi Alfredo, dieci anni, 1 dicembre 1940 al Policlinico di Modena; Truzzi Ada, 24 febbraio 1941; Walter Salvatore Argan, 18 settembre 1941). Va verificato se il registro ne contenga altre, e va cercato il luogo di sepoltura: il cimitero del capoluogo non conserva memoria di queste tombe.
- La data di nascita di Gnugo. L’atto parrocchiale di legittimazione del 5 gennaio 1942 lo dice nato il 4 gennaio 1941; tutte le altre fonti dicono 4 dicembre 1940. Si risolve sul registro delle nascite di Prignano.
- Fioravante Lucchesi. Quattro date di nascita in quattro fonti diverse (1924, 1927, 1928, 1930). Il fascicolo RICOMPART all’Archivio Centrale dello Stato è la fonte da preferire.
- Il matrimonio di Truzzi Giuseppe e Anna De Bar, celebrato prima del settembre 1879, probabilmente a Finale Emilia. È l’atto che direbbe di chi Anna era figlia, e quindi se i due rami De Bar — quello francese di Marius e quello di Anna — sono un ramo solo. I due conseils de famille del 3 febbraio 1873 sono negli Archives départementales du Gard, série 4U.
- I fondi non ancora scandagliati: ACS, Ministero dell’Interno, Polizia Amministrativa e Sociale, B. 221, fasc. Modena 1940-1943 (spese per gli internati); ACS, Dir. Gen. P.S., Divisione polizia, B. 23 (rom e sinti arruolati nel Regio Esercito); ASMo, Questura, Divisione II, Casellario Politico; AsMO, Prefettura, Atti Generali, 1942, B. 474, fasc. Prignano.
- I discendenti. Vivono oggi nelle province di Modena, Reggio Emilia, Bologna e Mantova. Ogni testimonianza, fotografia o documento di famiglia è benvenuto.
Fonti
Documenti originali riprodotti in questa ricerca
- Comune di Prignano sulla Secchia, Registro degli atti di morte, 1941, Parte I, n. 14 (Truzzi Ada) e n. 55 (Argan Walter Salvatore).
- Comune di Bazzano (BO), Registro degli atti di morte, 1947, Parte II serie B, n. 10 (Esposti Mafalda).
- R. Ufficio di P.S. di Carpi, Div. II n. 1016, 3 aprile 1940, comunicazione allo stato civile sulla morte di Truzzi Gino.
- Comune di Prignano sulla Secchia, Atti di matrimonio, Parte II serie A, 1941, n. 18 (Villani-Truzzi) e n. 41 (De Barre-Esposti); Pubblicazioni di matrimonio, Parte I, 1942, n. 19 (Torre-Truzzi).
- Sei fascicoli di allegati matrimoniali («processetti»), Prignano sulla Secchia, 1941-1942: Truzzi-Tonoli, Villani-Truzzi, Relandini-De Barre, De Barre-Esposti, De Barre-Innocenti, Torre-Truzzi. Contengono atti di nascita integrali, certificati di povertà, richieste di pubblicazione, legalizzazioni di preture e tribunali.
Banche dati e archivi consultati in rete
- Portale Antenati — Direzione generale Archivi, Ministero della Cultura (antenati.cultura.gov.it): registri di stato civile digitalizzati degli Archivi di Stato. È la fonte della maggior parte degli atti italiani riprodotti qui.
- FamilySearch — indici nominativi e immagini dei registri di stato civile italiani, usati soprattutto per individuare un atto quando il comune era ignoto.
- Archives départementales en ligne (Francia) — registri parrocchiali e di stato civile e tavole decennali dei dipartimenti Var, Ain, Gard, Ardèche, Isère, Cantal, Maine-et-Loire, Vaucluse: da qui provengono gli atti del ramo Debarre-Godron, dal matrimonio di Nîmes del 1873 alla nascita di Giovanni Battista a Champs-sur-Tarentaine nel 1884.
Archivi citati
- Archivio di Stato di Modena, Prefettura, Gabinetto: 1941 B. 597 e B. 598; 1942 B. 630/2; 1943 B. 653. Prefettura, Atti Generali: 1940 B. 396; 1941 B. 441; 1942 B. 474 (fasc. Prignano); 1943 B. 502.
- Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Polizia Amministrativa e Sociale, B. 221, fasc. Modena 1940-1943 e fasc. «Zingari fermati 1940»; Dir. Gen. P.S., Divisione polizia, B. 23; fondo RICOMPART, fasc. Lucchesi Fioravante.
- Archivio Comunale di Prignano sulla Secchia: schedario di 79 persone (s.d.); atti di stato civile 1940-1942.
- ASMo, Questura, Divisione II, categoria II, Casellario Polizia.
Bibliografia essenziale
- Paola Trevisan, Un campo di concentramento per «zingari» italiani a Prignano sulla Secchia, «L’Almanacco. Rassegna di studi storici e di ricerche sulla società contemporanea», 29, nn. 55-56 (2010), pp. 7-30.
- Paola Trevisan, L’internamento dei sinti italiani nella provincia di Modena durante il fascismo: dalla ricerca etnografica a quella archivistica, «Romani Studies», 23, n. 2 (2013), pp. 139-160.
- Paola Trevisan, voce Prignano sulla Secchia, in Encyclopedia of Camps and Ghettos 1933-1945, United States Holocaust Memorial Museum, vol. III, 2025.
- Paola Trevisan, voce Fioravante Lucchesi, in Encyclopaedia of the Nazi Genocide of the Sinti and Roma in Europe, a cura di Karola Fings, Università di Heidelberg, 15 settembre 2025.
- Vladimiro Torre, Walter Relandini, Catia Truzzi, Paola Trevisan, Sinti imprigionati a Prignano sulla Secchia (MO) durante la Seconda Guerra mondiale, in I. D’Isola (a cura di), Alla periferia del mondo, Fondazione Roberto Franceschi, Milano 2003, pp. 33-39.
- Paola Trevisan (a cura di), Storie e vite di sinti dell’Emilia, CISU, Roma 2005.
- Giacomo «Gnugo» De Bar, Strada, patria sinta. Cento anni di storia nel racconto di un saltimbanco sinto, Fatatrac, Firenze 1998.
- Giovanna Boursier, Gli Zingari nell’Italia fascista, in L. Piasere (a cura di), Italia Romaní, vol. I, CISU, Roma 1996, pp. 5-20; Zingari internati durante il fascismo, ivi, vol. II, 1999, pp. 3-22.
- Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-43), Einaudi, Torino 2004.
- Luca Bravi, Rom e non-zingari. Vicende storiche e pratiche rieducative sotto il regime fascista, CISU, Roma 2007; Rieducare i rom e sinti tra passato e presente, «Palaver», 8 (2019), n. 1, pp. 75-102.
- Chiara Nencioni, The Forgotten Resistance of the Sinti and Roma, «Modern Italy», 2024.
- Alessandra Kersevan, Un campo di concentramento fascista. Gonars 1942-1943, Kappavu, Udine 2003.
- Mirella Karpati, La politica fascista verso gli zingari in Italia, «Lacio Drom», nn. 2-3 (1984), pp. 41-47.
La ricerca sul campo di Prignano è stata resa possibile, a partire dai primi anni Duemila, dall’impegno di Vladimiro Torre e Catia Truzzi dell’associazione Them Romanó di Reggio Emilia, e dal lavoro di Paola Trevisan. Questa pagina raccoglie, verifica e integra il loro lavoro con documenti di stato civile finora inediti.